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Medici di base più ricchi degli ospedalieri. Ma in Veneto per entrambe le categorie lo stipendio supera la media nazionale

Macchè primari, luminari o baroni: i veri ricchi del sistema sanitario sono i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta. Lo certifica un’analisi presentata dal Centro studi ricerche del Sindacato medici italiani, che ha tracciato un focus sulla retribuzione media annua dei camici bianchi pubblici e convenzionati, in base al contratto, al monte ore previsto e alla regione in cui operano.

Perchè ci sono differenze tra territori, dovute al fatto che per esempio per i dottori di base al contratto nazionale e aziendale si aggiunge appunto quello regionale. In Veneto si guadagna di più: se si guarda la retribuzione annua vincono i pediatri di libera scelta con 111 mila euro, seguiti dai medici di famiglia con 85.704 mila (contro una media nazionale di 75 mila). Al terzo posto gli ospedalieri con 85.191 euro (invece dei 73 mila a livello italiano), poi ci sono gli specialisti ambulatoriali a contratto (i sumaisti) con 36 mila, le Guardia mediche con poco più di 31.264 (la media del Paese è di 27 mila) e, fanalino di coda, la Medicina dei servizi, che supera di poco i 17 mila euro all’anno. Se però si considera la retribuzione per un’ora di lavoro, al primo posto si piazzano i medici di famiglia con 60,7 euro (media di 24 ore settimanali), seguiti dai pediatri con 53,4 euro (40 ore). Terzi gli ospedalieri con 37,35 euro all’ora (38 settimanali), seguiti con 32,1 euro dagli specialisti ambulatoriali (22 ore) e dalla Medicina dei servizi con 25,5 euro e 13 ore settimali. Chiude la Guardia Medica, pagata fino a 23,9 euro l’ora (22 alla settimana).

«A conti fatti un medico di famiglia percepisce un guadagno quasi doppio rispetto ad un specialista ambulatoriale a parità di ore lavorative — si legge nello studio dello Smi — fino ad arrivare ad una retribuzione oraria quasi tripla se messa a confronto con quella della Medicina dei servizi. Considerevole (38,4% in più) anche il gap che separa la retribuzione oraria di un medico di famiglia con quella di un dirigente medico ospedaliero».

Ma i «ricchi» della situazione, che nel Veneto sono 3350 (più 500 pediatri di libera scelta) non ci stanno. «Prima di tutto nel calcolo dei nostri bilanci non vengono evidenziate le spese a nostro carico, in quanto liberi professionisti e non dipendenti del sistema sanitario pubblico — sottolinea Silvio Regis, segretario regionale della Fimmg, sindacato dei medici di famiglia —. In secondo luogo nella ricerca sono conteggiate solo le ore di studio, non certo tutte quelle che facciamo per coprire le visite a domicilio, l’assistenza domiciliare integrata o programmata, le riunioni in Distretto per la costruzione di percorsi personalizzati a beneficio di pazienti fragili, come cardiopatici, cronici, malati oncologici. Sempre fuori dall’orario di lavoro contrattualizzato dobbiamo studiare i casi più complessi e riceverli a parte perchè non in grado di fare attese, sbrigare l’enorme carico di burocrazia, inviare i flussi informatici e occuparci delle cartelle cliniche informatizzate. Gradirei un po’ più di rispetto per il nostro lavoro — chiude Regis — grazie al quale la Regione ha portato a casa 320 milioni, nel 2013, per l’avvio della ricetta elettronica».

Sull’orario contrattuale considerato hanno da ridire anche gli ospedalieri, che in Veneto sono oltre 7 mila. «Magari fossero rispettate le 38 ore settimanali — sospira Adriano Benazzato, segretario regionale dell’Anaoo, il maggior sindacato di categoria — in realtà nessuno di noi sta in ospedale meno di dieci ore al giorno. Quelle in più, diurne, che sono migliaia, non ci vengono pagate, perciò considerando il rapporto carico di lavoro-guadagno all’ultimo posto finiamo noi, anche dietro le Guardie mediche. Nessuno riesce a godere delle 11 ore di riposo su 24 previste dalla normativa europea, senza contare gli enormi problemi a smaltire riposi e recuperi. Certo, abbiamo un premio di risultato — chiude Benazzato — ma si tratta di poche migliaia di euro l’anno, che non compensano certo la quantità di fatica e di responsabilità. E nemmeno il 25% di contratti precari che ormai caratterizzano le nuove assunzioni».

Michela Nicolussi Moro – Il Corriere del Veneto – 30 ottobre 2014 

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