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Medici e infermieri in fuga dal pubblico. Dal 2019 in Veneto si contano quasi 4200 dimessi. Negli ultimi 3 anni se n’è andato quasi un dottore su quattro. Bigon: “Si prolunghino i contratti Usca fino a fine dicembre”

La Nuova Venezia. La “grande fuga” dagli ospedali veneti ha dei numeri, che il direttore generale della sanità regionale Luciano Flor ha messo nero su bianco, rispondendo a un’interrogazione della consigliera dem Anna Maria Bigon.

I NUMERI DELLE DIMISSIONI Si misura in 1.582 medici e 2.613 infermieri che hanno lasciato le strutture pubbliche tra il 2019 e il 2022. Una carica di quasi 4.200 operatori sanitari, che hanno abbandonato gli ospedali pubblici, molto spesso rifugiandosi nelle strutture private, sedotti (e convinti) da carichi di lavoro più sostenibili e stipendi più consistenti. Per comprendere la dimensione del fenomeno, si pensi che l’organico degli stessi ospedali, al 31 marzo 2022, era di 7.054 medici e 19.827 infermieri. Significa che, negli ultimi tre anni e poco più, a lasciare le corsie sono stati oltre un dottore su quattro (rispetto agli attuali) e quasi un infermiere su sette. Prendendo ad esempio due province, dal 2019 le dimissioni sono state 290 tra i medici padovani e 282 tra quelli veneziani, 690 tra gli infermieri padovani e 662 tra i veneziani.

“È una logica da continuo ribasso della Giunta – denunciano i consiglieri dem, capeggiati da Bigon – che spiega il fenomeno della fuga di medici e infermieri dal pubblico, nonostante le risorse ricevute da Roma, che avrebbero potuto essere destinate al miglioramento delle condizioni salariale e lavorative, rendendo queste posizioni più appetibili”.

Un colpo determinante è sicuramente stato assestato dalla pandemia, che ha costretto gli operatori della sanità a lavorare in uno scenario stravolto. Guardando i numeri, l’impatto è stato particolarmente violento per gli infermieri, tra i quali l’entità delle dimissioni è aumentata di quasi il 50% in un anno: dalle 600 del 2019 alle 833 del 2020 fino alle 965 del 2021. Ma la frustrazione dei lavoratori della sanità ha radici ormai profonde. Tra i medici, il fenomeno è cresciuto di poche unità negli ultimi anni. Ma la sua entità è importante già dal 2019, quando sono stati ben 472 i dottori che hanno appeso il camice al chiodo. O, quantomeno, hanno abbandonato la professione nel pubblico.

USCA E LISTE D’ATTESA La questione si intreccia necessariamente con l’urgenza di smaltire le liste d’attesa: l’enorme mole di prestazioni sanitarie, visite e controlli, che è stata inghiottita dalla pandemia. Una questione sulla quale la Corte dei conti ha acceso un faro, chiedendo conto alla Regione dei 20,7 milioni e dei 20,3 milioni di euro stanziati e non spesi, rispettivamente nel 2020 e nel 2021, proprio per abbattere le liste d’attesa. “Sul mercato non ci sono più medici né infermieri, e non è possibile chiedere ulteriori prestazioni al personale già in servizio” si sarebbe giustificata la Regione.

“Ma ormai gli utenti, se tutto va bene, devono attendere il 2023 per effettuare una visita” denuncia Bigon, prima firmataria di una mozione presentata dai consiglieri regionali dem, per chiedere alla Regione di prorogare eccezionalmente fino al 31 dicembre 2022 l’attività delle Usca, figure venute meno il 30 giugno, in ottemperanza a una legge nazionale.

“Ma la nuova ondata di contagi rende indispensabili queste figure” evidenziano i consiglieri Pd. I medici delle Usca, in realtà, non sono stati rispediti a casa. A molti sono stati proposti contratti libero professionali, che prevedono un compenso di 30 euro all’ora, 10 in meno rispetto a quelli previsti per l’inquadramento come Usca. “Una riduzione del compenso che potrebbe rendere poco attrattiva la sottoscrizione di questi contratti” dicono i consiglieri.

Dopo le accuse, è arrivata la replica dell’assessora alla Sanità Manuela Lanzarin: “I consiglieri del Pd stanno prendendo un granchio. L’attività di recupero delle prestazioni è iniziata l’8 febbraio scorso. Il dato effettivo lo avremo tra dieci giorni, ma l’andamento dell’attività ci porta a valutare il superamento di oltre la metà delle attività da recuperare, ossia 250.000 prestazioni”

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