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Medici sudamericani in corsia nel Padovano. “Va restituito il controllo agli Ordini”. Insorgono i sindacati: “Deroghe per coprire la mancata programmazione. I Pronto soccorso diventati ambulatori”

Il Mattino di Padova, “Per il bene dei pazienti va restituito il ruolo di controllo all’Ordine dei Medici”. Luca Barutta, segretario regionale dei medici ospedalieri Anaao Assomed, commenta così l’utilizzo di alcuni dottori sudamericani nel punto di Primo intervento di Montagnana e nel Pronto soccorso di Cittadella, professionisti extracomunitari che, grazie alla finestra aperta dal Covid a suo tempo, possono prestare servizio negli ospedali italiani senza essere iscritti all’Albo: “Per me un medico è un collega, indipendentemente dal luogo da cui proviene, sia esso il Sudamerica, la Cina o qualunque altro angolo del mondo” prosegue Barutta “il problema è che il Sistema sanitario nazionale ha tolto agli Ordini di categoria la possibilità di controllare le competenze a chi arriva dall’estero. Pertanto, l’unica possibilità per far funzionare le cose in questo momento di emergenza è restituire loro questa funzione: il passaggio necessario è che questi colleghi entrino nell’Ordine dei Medici, nessuno può bypassare i controlli”.

Un problema, quello della carenza dei medici in alcune specialità cruciali, come appunto urgenza ed emergenza, cui si è arrivati dopo anni di mancata programmazione, sostengono i sindacati, e su cui oggi viene stesa la coperta lunga del Covid: “Il problema del sistema italiano e che si continuano a procrastinare le deroghe” aggiunge il segretario dell’Anaao Assomed “ricordo l’arrivo dei medici cubani a Bergamo in piena pandemia, ma si trattava di un’emergenza improvvisa e imprevedibile, mentre ora l’emergenza è legata all’incapacità di fare programmazione e a una scarsa visione politica, regionale e nazionale, nel definire le necessità”.

Un sistema innescato nel 2005 con la riduzione dei posti letto, a livello nazionale, arrivati a 3 per mille abitanti: “A questo si aggiunge la volontà di mantenere aperti gli ospedali piccoli, che fanno fatica” prosegue Barutta “senza contare che nelle aziende sanitarie non c’è più un buon clima come una volta, il lavoro è aumentato ed è diventato particolarmente stressante, sono cresciute le richieste dal punto di vista amministrativo e tutta questa situazione ha contribuito ad allontanare gli specialisti che sono entrati nel sistema privato”. Un esodo che si aggiunge alla mancanza strutturale di specialisti: “È preoccupante la volontà di ricorrere a continue deroghe per coprire l’incapacità di organizzare” conclude “ci vorranno altri 3-4 anni per superare questa carenza stringente, fermo restando che a livello nazionale il 40-50% dei posti per i Pronto soccorso va deserto. Si tratta di servizi che sono diventati ormai ambulatori di soccorso che si occupano di tutto, compresa l’emergenza: il sistema ha abbandonato la medicina del territorio e spesso la gente si reca al Pronto soccorso senza passare dal medico di famiglia. Servono una riforma strategica territoriale che non si limita agli ospedali di comunità e una migliore programmazione a tutti i livelli”.

Insorge anche Giampiero Avruscio, presidente dell’Anpo (l’associazione dei primari ospedalieri): “Per reclutare medici si fa riferimento a un’urgenza, quella pandemica, che non c’è più, la trovo un modo per non investire sul sistema pubblico e non programmare” sostiene Avruscio “qui ci sono controlli importanti a tutti i livelli sull’idoneità dei medici. Se io vado a esercitare all’estero devo vedere riconosciuta la mia specializzazione, ma qual è il controllo sui medici che arrivano dai paesi extra Ue? I corsi di studio potrebbero essere diversi. A questo si aggiunge la barriera della lingua: come fanno a farsi capire dai pazienti? Tutto va a scapito della qualità dell’assistenza. E intanto i nostri medici vanno all’estero, dopo che sono stati spesi anche 200 mila euro per formarli e noi siamo costretti a rivolgerci all’estero. Questo perché non si investe su quello che serve agli ospedalieri, picconando i professionisti che ci lavorano e strapagando i lavoratori della cooperative. A questo punto tanto varrebbe mettere tutti in regime di libera professione”

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