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Medicina in Sicilia nell’ateneo romeno. Stop del ministero. Giannini: non è stata data alcuna autorizzazione. Occorreva un percorso preciso che non c’è stato

« Mi scusi, le aziende possono delocalizzare, gli studenti possono andare in tutta Europa e un’università straniera europea non può aprire una sua sede qui in Italia, così i nostri figli che anziché mandarli a studiare a Timisoara, restano vicino casa?». Certo, magari dovranno prima studiare il romeno per capire cosa dicono i loro professori, «ma almeno diamo ai nostri ragazzi un’opportunità in più senza mandarli chissà dove».

Ha un bel dire la ministra dell’Istruzione Stefania Giannini che «non ci sarà alcuna università romena ad Enna», che «nessuno ha chiesto né dato autorizzazioni» e che «diffidiamo tutti i soggetti coinvolti dall’andare avanti prima di aver chiarito la questione». Il signor Giuseppe Bulla, professione medico, di Adrano in provincia di Catania, è pronto a iscrivere suo figlio al corso di medicina presso la sede distaccata di Enna della Universitatea Dunarea de Jos di Galati in Romania. L’ateneo, come ha scritto ieri Gian Antonio Stella sul Corriere , sarebbe pronto ad aprire i corsi di laurea in Medicina e Professioni sanitarie nella cittadina siciliana sin da subito per 60 aspiranti medici. E il signor Bulla pagherebbe volentieri la retta annuale di 9.500 euro, «sarebbe un sogno avere vicino mio figlio».

Ma il ministero dell’Istruzione ha già spedito una diffida al «rettore dell’università Kore, al rettore dell’università Dunarea de Jos di Galati, al presidente della Regione siciliana e, per conoscenza, al presidente della Fondazione Proserpina, a fornire chiarimenti in merito», perché, ha puntualizzato la Giannini, «l’istituzione di un’università non può avvenire per libera iniziativa di privati cittadini, ma deve avere un percorso preciso, in questo caso del tutto inesistente». Non solo: «Non c’è alcun ingresso a gamba tesa sulle facoltà di Medicina, i posti a disposizione restano quelli».

Cade un po’ dalle nuvole l’ex senatore Pd Vladimiro Crisafulli, che con la sua Fondazione Proserpina ha lanciato il progetto: «Le autorizzazioni sono una questione che riguarda i ministeri dell’Istruzione italiano e romeno, io mi sono limitato alla logistica: ho dato un pc, un telefono, i banchi, mica faccio i corsi né rilascio attestati». I prof della nascente sede ennese arriverebbero direttamente dalla Dunarea de Jos, dove, va detto, si entra sempre con un test di ammissione, che per gli stranieri si aggiunge a quello di lingua romena. Infatti, il giovane Bulla, dopo non aver passato il test di ammissione all’università di Catania, un anno fa è partito per Arad dove ha studiato il romeno così da poter fare il test a Galati. «Vuole fare il medico, un padre deve aiutare un figlio», sospira papà Bulla. Ma in Italia Medicina è a numero chiuso. Si entra in corsia se si viene ammessi. E ogni anno ci provano in migliaia. Il prossimo 8 settembre, per dire, saranno 60mila gli aspiranti medici per appena 10mila posti. «Ma quelli sono test sbagliati — dice papà Bulla —, troppo generici, mentre in Romania sono solo sulla medicina». Anche se «la selezione dovrebbe essere solo naturale, senza test».

Dovrà aspettare il giovane Bulla. E con lui le decine di ragazzi siciliani che vogliono restare a Enna pur studiando medicina in romeno. «In attesa faremo i corsi di lingua», dice Crisafulli che agli iscritti ennesi promette «testi gratis e un mese di stage in Romania per il praticantato: lì possono esercitarsi pure sui cadaveri, in Italia è vietato». E sulla diffida dal Miur sorride: «Io con il ministero non c’entro, ma fossi in loro mi preoccuperei del fatto che migliaia di italiani vanno lì a studiare». E allora, «portiamo l’università romena qui e facciamoli tornare: la laurea romena vale anche qui, no?». Non la pensa così il sindacato medici italiani: «È un’operazione che danneggia i futuri medici del nostro Paese, perché mantenere il numero chiuso e poi permettere che lo sbarramento si possa raggirare iscrivendosi ad una università straniera?».

Claudia Voltattorni – Corriere della Sera – 2 settembre 2015 

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