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Medicina Padova, concorso truccato. Indagati prof e studentessa

Il pm: domande in anticipo per l’esame di specialità. La bolla era esplosa nel 2011 a Firenze, quando la Procura del capoluogo toscano aveva messo agli arresti domiciliari il professor Mario Dini, primario del reparto di chirurgia plastica e ricostruttiva dell’ospedale Careggi di Firenze e direttore della Scuola di Specializzazione di Chirurgia Plastica Ricostruttiva Estetica dell’Università di Firenze.

Tra i mille rivoli di un’inchiesta aperta per peculato, corruzione, concussione, falsità ideologica in atti pubblici e abuso d’ufficio, c’era anche una costola su presunti concorsi truccati per entrare nelle scuole di specializzazione di Medicina dell’Università di Firenze. La bolla però non si era sgonfiata, anzi.

Intercettazione (ambientale e telefonica) dopo intercettazione, la Guardia di Finanza di Firenze era arrivata a mettere le mani anche su possibili concorsi «truccati» in altre città, tra cui proprio Padova. È così che uno stralcio della Procura fiorentina è arrivato a Padova, sul tavolo del sostituto procuratore Sergio Dini che ha deciso di approfondire la cosa e di aprire a sua volta un fascicolo che piano piano si è riempito fino a vedere iscritti con l’accusa di concorso in abuso d’ufficio un medico e docente universitario 53enne che era nella commissione del concorso per l’ammissione alla scuola di specializzazione di Chirurgia Maxillo- Facciale dell’Azienda ospedaliera di Padova, e una studentessa triestina di 30 anni. A finire nel mirino della magistratura della città del Santo è il concorso per l’ammissione alla scuola di specializzazione Maxillo-Facciale per l’anno accademico 2011/2012: dodici i posti messi a bando e finanziati dall’Università di Padova.

Concorso che la studentessa triestina, ora iscritta in un altro ateneo in Friuli Venezia-Giulia, aveva vinto, ma col trucco (è la tesi dell’accusa). Le indagini del sostituto procuratore Dini infatti avevano dimostrato che la candidata conosceva le domande del test d’ammissione ben prima di sedersi al tavolino, assieme agli altri medici candidati. A passargli le domande sarebbe stato proprio il 53enne camice bianco, chirurgo maxillo-facciale, nonché ovviamente membro della commissione esaminatrice. Ad attirare l’attenzione della magistratura in realtà non è solo questo «favore», bensì una particolare clausola (prevista a norma di legge, a scanso di equivoci) secondo cui l’università poteva benissimo allargare il numero dei posti disponibili, ma solo nel caso che questi ultimi fossero stati finanziati da un ente privato o da un imprenditore.

Non soldi pubblici quindi, ma puro mecenatismo di un facoltoso uomo d’affari o di un ente interessato alla ricerca. E anche per il concorso d’ammissione alla scuola di specializzazione Maxillo-Facciale dell’Università padovana le cose erano andate così: a permettere al Bo di aggiungere un posto ai dodici messi a bando e di conseguenza portare a tredici il numero degli iscritti, era stato il finanziamento erogato da un imprenditore friulano, leader nel campo della produzione di materiale biomedicale: tutto, come detto, secondo le regole. A concorso fatto e graduatoria pubblicata la studentessa triestina si era classificata tredicesima, ammessa quindi grazie al mecenatismo dell’imprenditore friulano che aveva permesso all’Università di allargare il numero degli aventi diritto ad accedere al primo anno dello scuola.

Qualcosa però non torna agli inquirenti. Come mai questo è un risvolto che riguarda le indagini? Perché, guarda caso, l’industriale è il padre della studentessa. Lui (che non risulta indagato) costruisce materiale biomedico. Lei, indagata per abuso d’ufficio, vince il posto reso disponibile dal finanziamento del padre. E lo fa con le domande passate da un membro della commissione: un medico. A dare la loro versione ci penseranno gli stessi indagati la prossima settimana, quando – accompagnati dai propri avvocati – dovranno comparire di fronte al sostituto procuratore Sergio Dini che nei giorni scorsi ha notificato ai due l’invito a presentarsi per essere interrogati e fare luce sulla vicenda.

Corriere del Veneto – 13 giugno 2013

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