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Mediterraneo a rischio: uno studio sull’andamento degli stock ittici negli ultimi vent’anni conclude con un appello alla salvaguardia del mare

Con un appello alla salvaguardia del Mediterraneo  i ricercatori dell’Hellenic Centre of Marine Research sulle pagine di Current Biology hanno concluso uno studio sull’andamento degli stock ittici nel Mare Nostrum dal 1990 al 2010. I ricercatori ellenici hanno studiato l’andamento di nove specie di pesci e hanno applicato specifici modelli matematici, arrivando alla conclusione che il declino è stato costante e non accenna a fermarsi.

Per questo motivo è urgente predisporre un monitoraggio molto più stringente rispetto a quello attuale, rinforzare le norme sulla pesca,e  iniziare a riorganizzare la gestione globale di tutto il Mediterraneo.

In alcuni mari europei i nuovi provvedimenti hanno funzionato, e oggi la situazione è in miglioramento – spiegano gli autori – ma nel Mediterraneo non è successo nulla di tutto ciò. Le specie più pescate sono sempre le stesse, e i pesci catturati sono sempre più giovani, spesso prima di aver avuto almeno un ciclo riproduttivo. Si tratta di un fatto molto grave soprattutto per naselli e triglie, che vivono in superficie e sono pescati in grandi quantità. Se tutti i pesci potessero vivere almeno una stagione riproduttiva, la situazione migliorerebbe sensibilmente. Ma per consentire ciò sono necessari investimenti sostanziosi e serve una volontà politica dell’Unione Europea.

Uno dei motivi della situazione è che nel Mediterraneo, a differenza di quanto avviene per esempio nei mari del Nord Europa, c’è una grande varietà di specie, nessuna delle quali è risparmiata da una pesca aggressiva e poco organizzata, realizzata da  singoli pescherecci o piccole flotte difficili da controllare. Il tutto, poi, è aggravato dalla crisi economica, che spinge i pescatori a cercare margini di profitto ricorrendo talvolta a pratiche illegali. Del resto, tendenze analoghe si vedono in altri mari dove si affacciano Paesi che stanno anch’essi risentendo della crisi come la Cina, l’Africa centrale e alcuni paesi tropicali.

«L’Unione Europea – scrivono gli autori  – è riuscita a migliorare la situazione dell’Atlantico nordorientale attraverso la European Common Fisheries Policy,  ma non ha avuto lo stesso successo nel Mediterraneo. È quindi necessario dare il via a un nuovo corso che tenga conto delle peculiarità del Mediterraneo stesso. Tra i provvedimenti più efficaci vi sono i limiti alla pesca degli esemplari più giovani, i progetti globali di management, il rafforzamento del rispetto delle norme e la promozione di tutte le tecniche di pesca sostenibile».

Per lo stesso scopo, un gruppo di autorevoli esperti di biologia ambientale, salute pubblica e veterinaria ha lanciato, dalle pagine di Current Environmental Health Report, un appello alla programmazione intelligente dell’acquacoltura, che può rappresentare per alcune specie una valida alternativa alla pesca. Negli ultimi anni, il tasso di crescita degli allevamenti nel mondo è stato del 6%, a causa dell’aumento della popolazione mondiale e della maggiore consapevolezza tra i consumatori di molti Paesi dei benefici del pesce rispetto alla carne. In molti casi le vasche sono state impiantate senza una pianificazione, e il rischio di gravi danni per l’ambiente è elevato e talvolta già concreto. Per questo, è indispensabile che tutti i nuovi progetti rispondano al criterio chiamato One Health, cioè alla pianificazione che vede l’uomo inserito sempre in un contesto nel quale vi deve essere equilibrio tanto con gli animali quanto con l’ambiente. In  questo caso, One Health dovrebbe essere applicato contemporaneamente alla pesca e all’acquacultura, tenendo sempre presente la dieta e la salute dell’ecosistema: solo così sarà possibile attribuire le giuste priorità e fare le scelte più sostenibili.

Agnese Codignola – il Fatto alimentare – 14 gennaio 2015 

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