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Meno tagli agli sconti fiscali, spending più leggera. Sulle tax expenditures stretta-mini o fuori dalla Stabilità. Il Def aggiornato conferma: revisione della spesa «più graduale»

Tempi più lunghi o intervento in versione “mini” almeno nella prima fase per la revisione delle tax expenditures. È più di una semplice ipotesi quella che il Governo sta valutando in questi giorni. La parola finale la pronuncerà direttamente Matteo Renzi insieme al ministro Pier Carlo Padoan in prossimità del varo della manovra atteso entro la prima metà di ottobre.

Il possibile ridimensionamento, seppure soltanto per la parte iniziale del percorso di attuazione, del piano di riordino degli sconti fiscali potrebbe contribuire ad abbassare l’asticella della spending review che ad aprile era stata fissata a quota 10 miliardi nel 2016. Un obiettivo che da diversi giorni non è più considerato “rigido” dal Governo. E a confermarlo indirettamente è la stessa Nota di aggiornamento del Def approvata dal Consiglio dei ministri di venerdì dove si fa esplicito riferimento all’adozione «di un profilo più graduale» del nuovo programma di tagli alla spesa rispetto «a quello ipotizzato» nel Documento di economia e finanza della scorsa primavera.

Non a caso nella Nota di aggiornamento non si cita più espressamente l’obiettivo di una revisione della spesa per 0,6 punti di Pil (10 miliardi) nel 2016 indicata nel Def varato ad aprile. La “spending 2.0” alla quale sta lavorando il commissario Yoram Gutgeld insieme a Roberto Perotti non dovrebbe in ogni caso essere inferiore ai 7,5-8,5 miliardi e manterrà una fisionomia precisa:sarà organica, strutturale e pluriennale assicurando risparmi certi fino al 2019, come si sottolinea nella stessa Nota di aggiornamento del Def. L’orientamento a rendere più flessibile e graduale la nuova spending deriva anche dalla necessità di ridurre l’impatto recessivo prodotto da un marcato taglio della spesa che mal si sposerebbe con la manovra espansiva all’insegna del taglio delle tasse annunciata dal Governo. E a confermarlo è sempre la Nota di aggiornamento. Nella maggioranza, del resto, c’è anche chi come il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, sarebbe favorevole a percorrere la strada di un intervento ordinario e organico che permetta di ridurre con certezza e sistematicità la spesa al netto di quella per gli interessi di una quota pari ad almeno l’1% l’anno (circa 7 miliardi). In ogni caso la Nota di aggiornamento conferma che la spesa primaria in rapporto al Pil si ridurrà del 3,4% passando dal 46,6% del 2015 al 43,2% del 2019 (43,3% la stima del Def). E, in particolare, la spesa corrente al netto degli interessi scenderà dal 42,6% del 2015 al 43,2% del 2019.

La spending servirà per garantire «gran parte della copertura dei tagli d’imposta», ovvero dello stop a Tasi e Imu su prima casa, Imu agricola e tassa imbullonati. Una fetta consistente delle risorse necessarie per sterilizzare le clausole di salvaguardia fiscali da 16,4 miliardi nel 2016 arriverà invece dalla maggiore flessibilità riconosciuta in sede europea.

Il riordino delle tax expenditures resta inserito nel capitolo della nuova spending ma sembra essere destinato a procedere con tempi un po’ più lunghi di quelli originariamente previsti o, quanto meno, in una versione soft. L’orientamento del Governo di non premere troppo sull’acceleratore deriverebbe anzitutto dall’esigenza di mettere a punto un intervento calibrato senza ricadute negative sulle famiglie e sulle fasce più povere ma pure dalla necessità di non varare misure che possano rischiare, anche solo sulla carta, di entrare in conflitto con l’obiettivo di un costante alleggerimento della pressione fiscale, che resta prioritario per Palazzo Chigi.

Due sono al momento le opzioni sul tappeto: stop all’inserimento del riordino degli sconti fiscali nella legge di Stabilità convogliando il provvedimento su un provvedimento ad hoc sulla falsariga di quanto già previsto dalla delega fiscale; anticipo con la manovra di una sola fetta del piano, con il taglio limitato ad alcune specifiche agevolazioni non più giustificabili ad esempio nei settori dell’agricoltura e dei trasporti per poi far scattare il resto delle misure con più calma. In questo secondo caso verrebbe dato il via a un intervento “mini”, con un recupero di risorse probabilmente di meno di 1 miliardo, comunque al di sotto degli 1,5-2 miliardi ipotizzati originariamente. Resta un punto fermo: i tagli alle tax expenditures non interesseranno le agevolazioni fiscali per la famiglia o ricollegabili al sistema di welfare.

Le linee guida della manovra tracciate nei giorni scorsi sono confermate dalla Nota di aggiornamento del Def: «Eliminazione dell’imposizione fiscale su prima casa (Imu e Tasi), terreni agricoli e macchinari “imbullonati”, alleviamento della povertà e stimolo all’occupazione, agli investimenti privati, all’innovazione, all’efficienza energetica e alla rivitalizzazione del Sud». Sul fronte “povertà” sono in cantiere misure ad hoc per i nuclei a più basso reddito con minori. A confermarlo è il ministro Maria Elena Boschi: «Stiamo lavorando perché nella legge di Stabilità ci possa essere un’attenzione, un primo gesto, verso i minori che vivono in stato di povertà assoluta e relativa». Un altro capitolo su cui si stanno concentrando i tecnici è quello della casa e non solo per lo stop di Imu e Tasi. «Abbiamo bisogno di un mercato di affitti che funzioni bene, soprattutto per favorire la mobilità del lavoro. Per questo valutiamo con attenzione le proposte di detassazione degli immobili locati», afferma il viceministro dell’Economia, Enrico Morando intervenendo a un convegno di Confedilizia.

Marco Rogari – Il Sole 24 Ore – 20 settembre 2015 

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