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Meno tempo per fare causa contro gli errori dei medici. Il governo vuole dimezzare i termini entro cui chiedere i risarcimenti. E sarà il paziente a dover dimostrare di aver subìto un danno grave

Ormai è chiaro: il Pd e il governo hanno deciso di fare la spending review sulla nostra pelle. Non solo, come abbiamo raccontato in questi giorni, saranno tagliati oltre 200 esami diagnostici, ma aleggia un disegno di legge – il famigerato Ddl concorrenza – che dovrebbe liberalizzare l’Italia, che però rischia di stangare chi subisce un danno non patrimoniale.

Damesi il testo va avanti e indietro per le Camere, dopo l’approvazione dell’esecutivo a febbraio. E ogni settimana, ogni mese, c’è sempre una modifica che fa gridare le varie categorie coinvolte. Rimanendo al tema salute, le ultime dall’Aula segnalano che, perora, i relatori del Pd hanno fortunatamente fermato una mazzata sui risarcimenti danni. Fino a pochi giorni fa, ad esempio, un danno da 66 punti di infermità permanente per un 40ennedovuta a una perdita anatomica di arto superiore destro rischiava di non essere più liquidata con 588.418 euro, bensì con soli 279.740. La metà. Questa stangata si sarebbe dovuta concretizzare, in base all’articolo 7 del ddl concorrenza, con la creazione di una tabella unica nazionale sulle valutazioni dei risarcimenti. Forse ilPd è andato contro il governo guidato dal segretario del Pd per paura di perdere più voti di quelli che ha già perso con il mancato rispetto della sentenza della Consulta sulle pensioni. Fatto sta che la porcata è saltata…

C’è un’altra beffa però nell’aria. Anche in questo caso articolo 7, comma 2, di un disegno di legge sulle “Disposizioni in materia di responsabilità professionale del personale sanitario”. Il testo uscito da un comitato ristretto nominato dalla Commissione Affari Sociali della Camera dice questo: «La responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria è di natura extracontrattuale ed è pertanto disciplinata dall’articolo 2043 del codice civile». Cosa significa? Due cose:

1) «L’esercente la professione sanitaria che, nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve».

2) Il paziente avrebbe un termine molto più breve per proporre l’azione risarcitoria (cinque anni invece di dieci), ma dovrebbe anche assumere l’onere di provare il preciso fondamento della propria domanda.

In certi casi tuttavia, non ci si accorge subito se un intervento è stato eseguito correttamente. E comunque, al di là della tempistica, è discutibile l’esenzione di responsabilità per «colpa lieve». Chi la decide? Un giudice ovviamente, ma non essendoci dei paletti, la vittima può aspettarsi di tutto a livello di ingiustizia, dato che potremmo assistere a battaglie legali e tempi infiniti visto che i medici risponderanno solo per dolo e colpa grave.

Purtroppo non è solo la Commissione Affari Sociali che vuole rovinare la vita ai pazienti. Perchè in realtà è la stessa Beatrice Lorenzin, a spingere in questa direzione. In una recentissima dichiarazione la ministra della Salute ha infatti promesso di dimezzare i tempi in cui una vittima di malasanità può fare causa ad un medico. La medicina difensiva – tutti quegli esami che un medico prescrive per evitare cause risarcitorie – costa 13 miliardi all’anno, «va abbattuta», spiegava pochi mesi fa all’Ansa la Lorenzin. Esami e visite inutili, prescritte a scopo «difensivo», per prevenire i contenziosi, hanno un costo elevatissimo. «Abbiamo calcolato– spiegava la titolare della Sanità – che», con questi costi, ogni cittadino annualmente paga «200euro di tasse in più. Una cifra che invece potrebbe essere reinvestita, ad esempio, in prevenzione».

Ecco che così i cittadini «non solo avranno meno prestazioni ma anche minori tutele giuridiche nei casi di malasanità», denunciava a inizio agosto su La Stampa il coordinatore del Tribunale per i diritti del malato, Tonino Aceti. «Una proposta irricevibile, tutta sbilanciata a favore dei medici», continuava Aceti, secondo il quale «gli assistiti non hanno possibilità di raccogliere le informazioni sulle scelte diagnostiche e cliniche dei medici. Avere giustizia così diventa impossibile».

Libero – 25 settembre 2015 

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