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Mercati sulla piazza. Negli anni 90 si pensava che con la grande distribuzione sarebbe stata la fine. Invece oggi gli ambulanti in Italia sono 250 mila. «La bancarella non morirà mai»

E’ forse la storia di successo più clamorosa: quella dei fratelli Bocconi, che su un banco di mercato costruirono una fortuna. Vendevano per le strade «stringe e bindej». Da quella idea nacquero i primi grandi magazzini — «Alle città d’Italia», poi «Rinascente» — e un Ateneo che porta il loro nome. Ferdinando aveva 14 anni quando venne a Milano con il padre e il fratello Luigi, commesso come lui in un’umile botteguccia del lodigiano. Era il 1850 e loro avevano cominciato letteralmente con un carretto.

Tanti altri hanno fatto il salto dalla bancarella alla fabbrichetta, dalla grande metropoli a Bitonto, dove lingerie e pigiami escono dai capannoni con ricercate griffe autoctone. Ma il mercato itinerante, viceversa, è anche rifugio per chi oggi, piegato dalla crisi, chiude bottega e torna al banco.

E pensare che negli anni Novanta ci furono diversi economisti i quali, disegnando gli scenari del commercio nel nostro Paese, profetizzarono come le bancarelle fossero destinate all’estinzione, schiacciate dai maxicentri commerciali. Così non è stato. Un fenomeno come il Mercato Metropolitano di Milano, nato in occasione di Expo per occupare un non luogo in cerca di identità — lo scalo ferroviario dismesso a Porta Genova — è solo uno degli esempi più recenti destinati a sconfessare le più nere previsioni. Da sei mesi macina successi.

«Dove arriva la città arrivano le bancarelle», sintetizza Francesco Amato che da una vita dirige l’ufficio mercati al terzo piano del palazzo comunale di via Larga a Milano. È la città d’Italia che ha più mercati rionali (93), e più posteggi (8.500), alcuni più popolari e altri più chic come quello di via Fauché, dove trovi scarpe firmate e borse di pitone; alcuni immensi, con 400 banchi, altri dieci volte più piccini; mercati che non trovano pace (come quello di Sinigaglia, il mercato delle pulci più antico della città, ora diviso e in cerca di nuova sede), da 80 anni in bilico tra chi non li vuole («fanno rumore, sporcano») e chi li difende.

E così dalle carte ingiallite che Amato custodisce nei suoi archivi ecco spuntare la storia del mercato di via Garigliano, altro punto antico assai di incontri e compravendite, che nel 1935 i portavoce della borghesia tramite una «supplica al Podestà», con tanto di foto e raccolta di firme, imploravano di spostare lontano, fuori da un quartiere non più di campagna ma ormai trafficato e densamente abitato.

I mercati dicono come cambia la città. Negli anni Trenta le bancarelle degli ortolani erano tutte di pugliesi arrivati da Trani e Cerignola. Oggi i re dell’ortofrutta sono marocchini e sui banchi le varietà di cetrioli si chiamano «ambalà» e «carella».

«Il settore non conosce crisi. Cresce». Giacomo Errico è il presidente nazionale dell’associazione ambulanti di categoria (Fiva): «Gli ambulanti coprono un quinto del commercio al dettaglio», aggiunge. Sono poco meno di duecentomila nel nostro Paese, la quasi totalità ditte individuali a conduzione familiare. «Molti si reinventano un lavoro come ambulanti, ma il mercato è anche un salvavita per il cittadino che ha un reddito basso, trovi frutta e verdura a chilometro zero, che arriva dal grossista, non matura in frigo e va venduta tutta in giornata, scontatissima quando s’avvicina l’ora della chiusura». Anche l’iconografia racconta il ruolo sociale del mercato nella grande città, come quella delle Cinque Giornate, con le barricate degli insorti fatte con i carretti, le ruote, i cesti, i tendaggi delle bancarelle. Andrea Nazarini fa l’ambulante a Bisceglie. S’unisce al coro: «Il mercato non morirà mai». E dice che l’unica criticità sono «quei Comuni che non capiscono quanto le bancarelle siano importanti per far vivere le città». Crescono i banchi di bigiotteria e artigianato, chi può si reinventa. «Il nostro mercato più grande, ad Andria, ha 600 banchi, è una grande distribuzione all’aperto».

E che il mercato sia un luogo anche di forte identità lo raccontano gli ambulanti che frequentano le città murate, Montagnana, Este, Monselice. Ilario Sattin sorride quando parla del mercato del sabato di Padova,in Prato della Valle, una delle piazze più grandi d’Europa. Non c’è alimentare ma 170 operatori del tessile, dell’abbigliamento, dei fiori e delle scarpe. Banchi, quelli delle calzature, così grandi che ti perdi. «Sono una tradizione perché qui vicino c’è la Riviera del Brenta che è un importante distretto della calzatura — spiega al Corriere il signor Sattin, presidente Fiva Confcommercio del Veneto —. Certo con i tempi che corrono, con i Comuni che hanno aumentato la Cosap (tassa di occupazione del suolo pubblico), per i grandi banchi il problema di stare nei costi c’è». Non mostra i segni del tempo il mercato attorno al Palazzo della Ragione, uno tra i più antichi «centri commerciali», con le minuscole bancarelle di macellai e fruttivendoli e tutt’attorno altri tre mercati, in piazza delle Erbe, della Frutta e dei Signori.

«Se chiudono i mercati muoiono le città», è lo slogan degli ambulanti, che qui a Nord Est lamentano la concorrenza di quelli arrivati dal Bangladesh e dal Pakistan: «Le regole ci sono ma non i controlli». La bancarella è sbocco naturale per molti stranieri. E i dati — parziali, perché sfuggono alle analisi fiere, sagre, mercati abusivi — dicono che è straniero un terzo degli ambulanti.

Ma che sarebbe stato senza i venditori ambulanti arrivati dall’Oriente? Basti pensare alla tenacia dell’imperatore Giustiniano nel dare impulso al commercio che fu ricompensata da due monaci persiani i quali, arrivati a Costantinopoli con le uova del baco, consentirono all’impero bizantino di dare inizio alla agognata industria della seta.

Il Corriere della Sera – 6 ottobre 2015 

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