Breaking news

Sei in:

Milionari esentasse, invalidi in fuoriserie. Le truffe (impunite) dei colletti bianchi. In «Pescecani» Giordano racconta la nuova criminalità degli avventurieri in giacca e cravatta

Ma in galera non ci vanno mai? È fastidiosissimo, il dubbio che ti lascia l’ultimo libro di Mario Giordano, «Pescecani», da oggi in libreria. Per carità, alla larga dai forcaioli. Toglie il fiato, però, leggere le storie di tanti avventurieri in giacca e cravatta, veri tagliagole finanziari, che per un garantismo peloso finiscono per restare impuniti. Al massimo qualche giorno in cella, all’inizio. Poi addio. Al massimo i «domiciliari».

Come può restare in eterno a piede libero, stando alle imputazioni, chi ha firmato settanta cambiali e 234 (duecentotrentaquattro!) assegni a vuoto? Come può cavarsela con una quarantina di giorni di carcere, in attesa d’una sentenza definitiva (campa cavallo…), uno come Dino Pasta denunciato da due associazioni non profit per essersi impossessato di 7,4 milioni di euro destinati ai poveretti colpiti dal terremoto di Haiti che fece 220 mila morti?

Mette i brividi, la carrellata di «colletti bianchi» (una fanghiglia di «società civile») messi in fila dal direttore del Tg4 e di TGcom24. A partire da Luigi Compiano, il trevisano che nei caveau della sua Nes custodiva i soldi di varie banche e a un certo punto cominciò a servirsene, fino a mettere sulla strada 700 dipendenti, per dare sfogo al suo vizio di collezionista.

Saltò fuori che aveva accumulato in tredici capannoni 70 yacht, 163 motociclette e 493 auto: «Una Rolls-Royce numerata, esemplare unico. Tutte le Aston Martin, dal primo all’ultimo modello, comprese quelle usate nei film di James Bond. La collezione rally con la Lancia Stratos di Miki Biasion campione del mondo. La Jaguar E-Type di Diabolik comprata dal batterista dei Pink Floyd. La Ferrari 275 Gtb, un pezzo quasi unico nella storia dei motori, che da sola vale 2,5 milioni di euro. E poi altre Ferrari di tutte le epoche e di tutte le specie, Porsche, Lamborghini, Land Rover, Mercedes, Bentley e un’Alfa Romeo Formula Indy…».

E poi Daniele Santucci, il presidente dell’Aipa, una società che incassava i tributi per conto di 800 Comuni italiani (uno ogni dieci), arrestato con l’accusa d’aver fatto sparire sette milioni di euro per costruirsi sui colli sopra Varese un ranch stile texano. E i fratelli Aldo, Giorgio e Ruggiero Magnoni che, «secondo quanto scrive la Procura, riescono a spogliare gli enti previdenziali: 52 milioni di euro sottratti alla cassa di previdenza dei ragionieri, 15 milioni sottratti all’ente di previdenza dei medici, 7,6 milioni sottratti all’ente di previdenza dei giornalisti…». E il vicentino Andrea Ghiotto che secondo la Finanza in questi anni di crisi ha «guadagnato 9,5 milioni di euro» sfornando «fatture false per tutti coloro che non volevano pagare l’Iva» e denunciava al Fisco «177 euro l’anno» e quando gli chiesero in tivù se non si vergognasse fece spallucce: «Dov’è il problema? No go copà nisun ». Non ho mica ammazzato nessuno…

E poi ancora Angiola Armellini, «La donna immobile» dei salotti romani che «abita in una casa meravigliosa proprio dietro Castel Sant’Angelo» e, distratta com’è, si era «dimenticata» di pagar le tasse su 1.243 palazzi, negozi, appartamenti, immobili vari. E il signor A.C., un calabrese trapiantato a Forlì che figurava aver come unico introito una pensione di invalidità di 286 euro ma negli ultimi anni ha cambiato diciannove auto di lusso (dalla Mercedes alla Bentley) e ha comprato una casa di mille metri quadrati da due milioni e 349 mila euro, arredata tra l’altro con 50 mila euro di tappeti persiani. E il pescivendolo di Civitella in Romagna: 900 euro al mese di redditi, una Mercedes M1 e una Ferrari 360 Modena in garage. Per non dire dell’ottantenne romano padrone di 47 immobili «che affittava tutti in nero agli studenti della Capitale».

Non mancano nomi finiti in prima pagina. Dall’ex docente Alberto Micalizzi (il «Madoff della Bocconi» che trattava contratti per decine di milioni ma aveva una società con la sede in una roulotte nel Nevada) a Piergiorgio Baita, il grande corruttore poi diventato il grande accusatore dello scandalo Mose, che quando fu arrestato «risultava titolare di 250 conti correnti e aveva 35 poltrone in 35 diverse società» anche se nei momenti d’oro «di poltrone era arrivato ad averne addirittura 88». Da Annamaria Caccavo, che vinceva una dietro l’altra le gare per i restauri di Pompei, a Giovanni Berneschi che secondo i giudici «in Svizzera teneva almeno 35 milioni, di cui 21 sottratti truffando la Carige, che dirigeva da anni» e tanta ingordigia pareva troppa perfino al figlio Alberto: «Se avesse rubato solo due milioni di euro nessuno diceva nulla».

Ne esce, tra principi di sangue blu decisi a non pagare le tasse e truffatori di pellet, direttori di banca fuggiti col bottino e finti produttori di finto Montalcino Doc (220 mila bottiglie false spacciate in tutto il mondo) un quadro terrificante. Che conferma, attraverso decine di episodi e di inchieste, la sostanziale impunità di certi pirati più o meno border-line .

La stessa umiliante verità emersa giorni fa dai numeri dell’Università di Losanna secondo cui le nostre carceri ospitano un decimo dei «colletti bianchi» detenuti in Europa per reati fiscali, economici, finanziari. Anzi, un 35° rispetto alla Germania. Scommettiamo? Se la nostra giustizia fosse meno bonaria coi protagonisti di certe vicende, in questi anni di crisi ce la saremmo cavata meglio.

Il Corriere della Sera – 10 marzo 2015 

Leave a Reply
 

Your email address will not be published. Required fields are marked (*)

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

site created by electrisheeps.com - web design & web marketing

Back to Top