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Milleproroghe scontro fino alla fine. Il decreto torna in commissione, nuova lite sulle modifiche Dalla riforma dell’Irpef al dopo Quota 100 maggioranza divisa

Rinvio per mancato accordo nella maggioranza. È il “refrain” che nelle ultime settimane ha accompagnato il restyling del “milleproroghe”. E che continua ad echeggiare negli incontri di governo per la definizione e l’attuazione della cosiddetta Agenda 2023. Con la nuova Irpef ancora tutta da calibrare, il momento del “pensionamento” di Quota 100 che rimane da individuare, così come i nuovi meccanismi per dare spinta gli investimenti, i provvedimenti su cui modellare la “fase 2 del reddito di cittadinanza” e per rendere non solo un mero annuncio il più volte annunciato pacchetto di semplificazioni. Dopo più di un mese di tira e molla nella maggioranza il Dl di fine anno, su cui questa mattina dovrebbe essere posta la fiducia alla Camera, è stato trasformato in un maxi-decreto omnibus lievitato a 81 articoli e a 434 commi. Ma a questo lungo treno di “proroghe” non sono stati mai agganciati quelli che erano stati indicati a più riprese come vagoncini strategici. A cominciare dal rinvio della tracciabilità delle detrazioni Irpef e dall’anticipo del 40% per i ristori ai truffati della banche, per citarne due particolarmente attese.

A condizionare il cammino del milleproroghe a Montecitorio sono stati i temi della prescrizione e delle concessioni autostradali sui quali la maggioranza è rimasta divisa. E la stessa scena è quella che ha fatto da sfondo ai tavoli politici su altri capitoli considerati chiave da Palazzo Chigi: dal Fisco al welfare per arrivare a pensioni, infrastrutture, green new deal e lotta alla burocrazia. Tutti interventi in lista d’attesa, accomunati dallo stesso destino: la caccia a risorse difficili da scovare.

La frenata dell’economia, in Italia come in Europa, rende ancora più in salita la faticosa strada per trovare la quadra all’interno della maggioranza. Come emerge dall’ultimo quadro fornito dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) l’ulteriore rallentamento della crescita e le ricadute dell’epidemia di Coronavirus potrebbero costringere a trovare altri 2-3 miliardi per puntellare i saldi. Un nuovo ostacolo da superare a poche settimane dalla presentazione del Def (10 aprile) con cui dovrà essere confermata la volontà di bloccare gli oltre 20 miliardi di aumenti di Iva e accise per il 2021. Un’impresa già ardua di per sé, che da settimane si porta dietro un interminabile ping pong nella maggioranza sulla possibilità di ricorrere a una parziale rimodulazione delle aliquote dell’imposta sul valore aggiunto.

All’unità d’intenti emersa nella maggioranza per far seguire il taglio del cuneo a una riforma strutturale dell’Irpef continua a non fare riscontro analoga compattezza sul modello d’adottare e sul perimetro del nuovo intervento sul Fisco. Con una scelta che resta in sospeso tra l’attuazione di una riforma graduale calibrata su incapienti, famiglie e pensionati, rimasti esclusi dall’alleggerimento del cuneo, e un intervento a tutto campo che coinvolga direttamente anche le imprese. Sulle pensioni all’idea comune nella maggioranza di evitare lo scalone post-Quota 100 non fa riscontro una ricetta unitaria su modalità e tempistica per fa scattare le nuove forme di flessibilità in uscita. Tutti d’accordo pure sulla necessità di rilanciare gli investimenti pubblici in infrastrutture, ma passare dalle buone intenzioni ai fatti non sarà facile anche alla luce del precedente del sostanziale flop del decreto sblocca cantieri della primavera 2019, con le modifiche al codice e una schiera di commissari annunciata e mai arrivata. Sulle concessioni autostradali lo scenario cambia di poco. Serviranno probabilmente ancora una decina di giorni per capire se il sentiero stretto che il governo sta percorrendo per sanzionare Aspi evitando la proroga arriverà davvero in porto. In Parlamento bloccate anche le nomine per Agcom e privacy: l’accordo non c’è ancora.

Il Sole 24 Ore

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