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Ministeri. La moltiplicazione di uffici e dirigenti. Orlando: “Urgente evitare gli sprechi”. Dal 2006 non si rispettano le norme della spending review

Francesco Grignetti. Il documento, che reca la firma del ministro Andrea Orlando, è esplicito: «È necessaria e non più procrastinabile la riorganizzazione degli uffici del ministero della Giustizia, allo scopo di rendere la sua struttura compatibile con le prescrizioni in materia di riduzione della spesa pubblica succedutesi dal 2006 ad oggi». Già, perché questo avviene nell’Italia di oggi.

Che persino il ministero della Giustizia, emblema e motore delle leggi, le medesime leggi poi non le rispetta. Perlomeno quelle che non piacevano alla sua tradizionale struttura dirigenziale. Così, complice il girotondo di ministri degli ultimi anni, in via Arenula hanno fatto a lungo scivolare nel cestino tutte le disposizioni di spending review.

Qualche esempio. Dopo una grassa riforma del 2001, sono nati ben 4 Dipartimenti: alla Organizzazione, agli Affari penali, alla Giustizia minorile, all’Amministrazione penitenziaria. In tutto sono 4 capi dipartimento e 6 vice. Nel frattempo è arrivata la tagliola sui megastipendi, ma queste erano pur sempre cariche da 300 mila euro all’anno o giù di lì.

Prima del 2001, il ministero della Giustizia contava 10 direzioni generali. Nel tempo sono divenute oltre 40. Ciò significa che s’è moltiplicato per quattro il numero dei dirigenti con indennità, segreteria, piantoni, autisti e quant’altro. Un caos. Ci sono ben tre direzioni generale al Personale: una ministeriale, una al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, una terza alla Giustizia minorile. Stesso discorso per i centri di spesa: ci sono tre direzioni generale per l’acquisto di beni e servizi. Alla faccia dell’efficienza e del risparmio. E senza che sia stato rispettato il taglio alle posizioni dirigenziali previsti dalle leggi di stabilità succedutesi dal 2006.

All’interno del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, poi, secondo una logica del tutto incongrua, sono incardinati due enti di diritto pubblico: la Cassa Ammende, istituita nel lontano 1932, e l’Ente assistenza del personale penitenziario (assistenza agli orfani, elargizione sussidi, erogazione contributi scolastici, sale convegno, spacci, colonie estive) nato nel 1990. Altre repubbliche separate.

Il ministro Orlando, entrando a via Arenula, ha scoperto con stupore questi bizantinismi. E ora, nel suo Atto di indirizzo politico-istituzionale, annuncia l’eliminazione di «duplicazioni di funzioni omogenee» perché sono palesi le «improprie logiche di separatezza gestionale». S’è impegnato a presentare a palazzo Chigi un nuovo assetto entro un mese. E ha già anticipato ai sindacati e alla dirigenza, che mugugna, «inevitabili conseguenze». Per la Cassa Ammende e per l’Ente assistenza del personale penitenziario si profilano «nuovi sistemi di governance» per ottenere «efficienza e trasparenza di gestione».

Il centro di spese per beni e servizi sarà unico per tutti. Il ministro ha poi chiesto di spingere sull’informatizzazione. Non solo quella dei tribunali, che porterebbe enormi risparmi di tempo e di soldi, ma anche del ministero stesso. Orlando ha ricordato per iscritto ai suoi dirigenti che è appena entrata in vigore una legge che impone alla Pubblica amministrazione la fatturazione elettronica «in una ottica di maggiore trasparenza, efficace monitoraggio, ed affidabile rendicontazione della spesa pubblica». Ha indicato come prioritario l’obiettivo di procedere ad una decisa «semplificazione strutturale» quale premessa anche di una «maggiore efficienza operativa».

Ma ce n’è di strada da fare, a via Arenula. Si pensi che fino a qualche mese fa la spesa per le auto blu era del tutto fuori controllo, al punto che i singoli dirigenti stipulavano autonomamente l’assicurazione per la propria vettura di servizio. Ora c’è almeno una convenzione unica del ministero con una società di assicurazioni e un costo standard per macchina.

La riorganizzazione di via Arenula dovrebbe andare a regime nei prossimi anni, anche se i primi risultati sono attesi già nel bilancio del 2015. Intanto, non sarà da questo snellimento del dicastero che verranno i tagli del 3% al bilancio chiesti da Renzi nell’immediato.

La Stampa – 12 settembre 2014 

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