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Ministero comunica a Bevere, fine incarico in Agenas. La notifica ieri mattina, Regioni avevano contestato l’ipotesi

E’ decaduto l’incarico del direttore dell’Agenas (l’agenzia per i servizi sanitari regionali), ruolo ricoperto da Francesco Bevere al quale e’ arriva questa mattina la comunicazione da parte del Ministero della Salute. A quattro mesi dall’intesa che ha portato alla conferma di Bevere alla direzione dell’Agenzia e’ arrivata la decisione del ministro della Salute Roberto Speranza contestata gia’ ieri da alcuni esponenti delle Regioni.

Sole sanità. «Gli assessori alla Sanità prendono atto della lettera inviata dal ministro Speranza, che revoca il mandato al presidente di Agenas». Al termine di una commissione Salute «molto produttiva, in cui abbiamo esaminato tante questioni importanti», il coordinatore Luigi Icardi (Piemonte) liquida così – apparentemente – la questione del secondo spoils system, dopo quello sul Dg Aifa Luca Li Bassi, avviato dal ministro della Salute Roberto Speranza. Ma la patata bollente del congedo formalizzato oggi e senza mezzi termini di Francesco Bevere, che solo una manciata di mesi fa era stato confermato alla guida dell’Agenzia per i servizi sanitari regionali, passa semplicemente alla sede più appropriata per affrontarla: la conferenza dei presidenti che «ha la titolarità piena – ricorda Icardi – per prendere una posizione politica. Tanto più che le Regioni sulla questione sono spaccate. Personalmente preciso però che per me la “scheda 5” del Patto salute nell’ultima versione da noi inviata al ministero e su cui ancora aspettiamo risposta, resta valida. Si tratta di decidere quale indirizzo dare alla politica sanitaria: se affermare un centralismo a mio avviso del tutto superato o valorizzare le istanze autonomistiche delle Regioni, avallate dai cittadini». L’ultima versione della scheda 5 secondo le Regioni esclude lo spoils system per gli enti vigilati: «Governo e Regioni concordano, in virtù degli articoli 95, 97 e 98 della Costituzione e del principio di leale collaborazione, che è esclusa – si legge – l’applicazione di cui all’articolo 2 comma 160 del decreto legge 3 ottobre 2006 n. 262 convertito con modificazioni nella legge 24 novembre 2006, n. 286, ai direttori generali degli enti vigilati la cui nomina è sottoposta all’intesa Stato Regioni, e ciò anche in relazione alla peculiare natura tecnico operativa e tecnico scientifica di tali enti».

Non è questione di nomi, precisano gli assessori, ma di trovare un punto di accordo sull’imprinting da dare ai rapporti tra ministero e Regioni. Superato lo “Scilla e Cariddi” dei commissariamenti per mancati adempimenti sui Lea, la trattativa sul Patto inciampa di nuovo. L’oggetto del contendere è cambiato, ma il nodo restano sempre i rapporti di forza. Su cui probabilmente si incuneano questioni che con la sanità hanno poco a che fare e che attengono invece molto alla posta in gioco delle elezioni del 26 gennaio in Emilia Romagna. A prendere il posto di Bevere dovrebbe essere la direttrice della sanità emiliano-romagnola Kyriakoula Petropulacos e inevitabilmente si pensa a uno schieramento di tutte le forze in campo per sostenere la posizione – già forte ma non inattaccabile – dell’attuale governatore e presidente della Stato-Regioni Stefano Bonaccini davanti alla sfidante leghista Lucia Bergonzoni. Non a caso nei giorni scorsi è arrivata una levata di scudi contro lo spoils system su Bevere dagli assessori di centro-destra: non solo Icardi ma anche Luca Coletto (Umbria), Mario Nieddu (Sardegna), Manuela Lanzarin (Veneto). E proprio quest’ultima ieri aveva sintetizzato il “mood”: «Ci troviamo di fronte a un possibile atto d’imperio, senza mai essere stati consultati e senza aver capito a cosa sia dovuta l’ostilità del Ministro. Conto – conclude la Lanzarin – in un gesto distensivo da parte del ministro. In caso contrario, i rapporti con le Regioni farebbero molti passi indietro in una sola volta».
Il gesto distensivo non è arrivato. Anzi. E intanto la scadenza del Patto salute al 31 dicembre si avvicina così come il rischio, se le Regioni non firmeranno, di veder sfumare il bottino da 3,5 miliardi di euro di aumento del Fondo sanitario nazionale per 2020 e 2021. Ai presidenti, giovedì prossimo, l’ardua sentenza.

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