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Misure previdenza. Fusione Inps-Inpdap: molti nodi da sciogliere

Nei regolamenti che reggono le diverse anime dei due istituti un coacervo di condizioni che mal si prestano a una omogeneizzazione che appare necessaria quando si voglia proporre un effettivo rionclino

La manovra ha previsto, in considerazione dell’armonizzazione del sistema pensionistico, la soppressione dell’Inpdap e dell’Enpals con attribuzione delle loro funzioni all’Inps. Non è la prima volta che si parla di unificazione fra i due enti principali della previdenza pubblica, ma fino a ora era rimasto un auspicio. Ma, in effetti, ora l’ introduzione per tutti del sistema contributivo potrebbe facilitarne la convergenza. Con la riforma del 1995 e l’introduzione del metodo di calcolo pensionistico contributivo, il sistema previdenziale è stato infatti profondamente modificato rispetto al passato, e soprattutto semplificato. Le nuove pensioni prevedono una contribuzione sulla base di una percentuale prestabilita e in relazione ai redditi percepiti ogni anno che va a sommassi nel tempo e costituisce, opportunamente rivalutata con riferimento all’incremento quinquennale del prodotto interno lordo, la base di calcolo del trattamento pensionistico dovuto. A questa somma di riferimento, definita montante, quasi fosse un conto corrente fruttifero, si applica una percentuale, il coefficiente di trasformazione, correlato all’età anagrafica del richiedente la pensione. Si ottiene, così, l’importo annuo del vitalizio. Ciascuno riceve in funzione dei contributi versati. Tanto più elevati essi saranno, e quanto più lunga sarà la vita lavorativa tanto maggiore sarà l’importo della pensione.

Questo metodo, estremamente semplificato, riguarda tutto il mondo del lavoro sia pubblico che privato. Perciò niente di più facile che creare dall’attuale duopolio Inps, per i dipendenti privati, e Inpdap, per i dipendenti pubblici, un unico ente previdenziale. C’è però un problema il sistema contributivo è entrato in vigore, in forma integrale, solamente per i lavoratori assunti dal l* gennaio 1996. Per quelli che possono vantare anzianità contributive precedenti esiste un sistema “misto”, contributi-vo-retributivo, e addirittura per coloro che di anzianità contributiva possono vantarne almeno 18 anni, al 31 dicembre 1995, permane integralmente il precedente sistema retributivo, Almeno fino al 31 dicembre 2011, visto che poi, anche per questi il calcolo contributivo sarà fatto “pro quota” con il sistema contributivo. Ma questo può considerarsi un limite a una possibile fusione dei due enti così come viene indicata dal-l’ultima manovra finanziaria? Certo se si ritiene che per fusione si debba intendere esclusivamente una regolarizzazione degli attuali strumenti gestionali l’unione è senz’altro possibile. Se invece, come appare dalla manovra, si intende un’unificazione strutturale e amministrativa il problema si fa più complesso. Esistono, infatti, un’enormità di nonne e regolamenti che distinguono le attività proprie dei due istituti. Basti ricordare quanto è accaduto con la nascita dell’Inpdap avvenuta nel 1994 per confluenza di ben nove istituti previdenziali, fra cui la stessa Cassa di previdenza dei sanitari (Cps) che con l’unificazione ha visto tutto il suo imponente patrimonio, sia economico che immobiliare, confluire nei bilanci, spesso passivi, degli altri enti. Attualmente gli iscritti all’Inps sono circa 21 milioni, contro i circa 3 milioni e 500mila lavoratori iscritti all’Inpdap. Le pensioni erogate dall’Inps sono circa 16 milioni, due milioni e seicentomila quelle dell’Inpdap. I dipendenti Inps 25mila, poco meno di 7mila quelli dell’Inpdap. Questi solamente i numeri dei due enti. Ma se dovessimo entrare nel merito dei regolamenti che reggono le diverse anime dei due istituti troveremmo un coacervo di condizioni che mal si prestano a una omogeneizzazione che appare necessaria quando si voglia proporre un effettivo rionclino e accorpamento.

Sole 24 Ore Sanità – – 13 dicembre 2011

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