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Monza. Il giovane cervo senza compagna arrivato in centro città seguendo la ferrovia

Troppi rivali e boschi sempre più vicini alle case, così si è spinto tra noi Un cervo che arriva nel cuore di Monza è una notizia inconsueta, ma forse chissà, tra qualche anno potrebbe divenire una non-notizia. I tempi cambiano e i cervi, e non solo loro, non fanno che aumentare.

Il protagonista di questa storia è un baldanzoso giovane maschio e la sua avventura in centro città si può supporre abbia ragioni sia biologiche che ecologiche. Potrebbe essere iniziata qualche mese fa, nel cuore dell’autunno, quando tutti i cervi adulti dei dintorni a suon di bramiti si son dati appuntamento in aree speciali della brughiera per compiere un rito che si ripete anno dopo anno, quello, per dirla con parole darwiniane, della scelta sessuale.

Immaginiamo maschi più o meno adulti, armati da splendidi palchi di corna che si esibiscono a suon di cornate e, intorno, giovani maschi e timide femmine a far da interessati spettatori. Ecco, il problema che ha spinto il cervo fino al centro della città di Monza, in una fabbrica dismessa in via Borgazzi, forse risiede proprio in questo speciale sistema riproduttivo, detto poliginia, che contempla un harem di femmine controllato da un unico maschio. E, dato che il popolo dei cervi consiste per metà di maschi e per metà di femmine, ne consegue che un numero considerevole di maschi, soprattutto i più giovani, non solo non si riproduce, ma anche è pregato (si fa per dire) d’andarsene da un’altra parte. E siccome le popolazioni di cervo come del resto tutte le prede sono in forte incremento per la scarsità se non inesistenza dei predatori (nel caso dovrebbero essere lupi) il problema del nostro giovane cervo quasi certamente è stato quello di non saper più dove andare. Il che l’ha spinto, un po’ per volta e con immaginabili disavventure, a vagare finché, seguendo i binari della ferrovia, non è arrivato nel cuore della città. E fin qui sono le possibili ragioni biologiche.

Ma c’è dell’altro che testimonia di un cambiamento ecologico più ampio. È da qualche tempo infatti che circolano dati in controtendenza rispetto al contesto globale sullo stato della fauna a livello europeo incluso il Mediterraneo. Una buona notizia, da un lato, ma dall’altro anche segno evidente di un crescente abbandono delle attività rurali con conseguente scomparsa dei coltivi che lasciano sempre più il passo a boschi e foreste ad alto fusto. E la natura selvaggia si espande e con lei trovano sempre più opportunità e risorse le specie tipiche di habitat boschivi, quelle che amano le fitte chiome e l’umido del sottobosco. Tra queste molti mammiferi, anche di grandi dimensioni, soprattutto prede, però. Pochissimi orsi, lupi, volpi, e invece tantissimi cervi, cinghiali, caprioli, tassi. È perciò sempre più facile vederli e incontrarli anche appena fuori porta.

La città, domus, è sempre più avvolta dalla «silva». Il confine tra silva e domus, per moltissime realtà urbane, è via via più sfumato con una contiguità che è ancora terreno di conquista e di competizione. In effetti immensi quartieri urbani si espandono creando periferie che sfiorano o anche penetrano campagne e boschi. Sono frange di un sistema urbano proiettato verso l’esterno che creano aree «incerte» dove arredi urbani, aiuole e parchi giochi si mescolano a residue aree incolte, a cumuli di terriccio, arrivando a ridosso di verdi radure o di declivi collinari. Sistemi ibridi che creano nuove opportunità per la fauna selvatica. Corridoi di penetrazione, come è stato per il cervo di Monza la linea ferroviaria. Ora l’avventura del giovane cervo, fortunatamente, è finita. È ospitato in uno specifico Centro di Lissone. Ciò che permane è la difficoltà della altre specie a convivere con la nostra

24 aprile 2014 

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