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Moretti: «Ho perso e anche male sul partito pesano casi nazionali». Il day-after della candidata Pd: «Massacrata sul piano personale, ma serve una riflessione»

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del centrosinistra risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza. Ma a scrivere il bollettino della vittoria oggi è il nemico di centrodestra, così ad Alessandra Moretti non resta che presentarsi davanti al fuoco di fila delle domande, stanca e delusa come può esserlo solo una condottiera che in 100 giorni ha calcato 579 trincee e alla fine della guerra si ritrova soltanto con il 22,7% del bottino, «il risultato peggiore della storia elettorale del Veneto» (copyright del politologo Paolo Feltrin).

Una reduce che però non cerca medaglie al valore: «Noi abbiamo perso, anche male. I numeri sono inconfutabili. Per me è stata una partita straordinaria, vissuta fin dall’inizio in maniera piena e senza riserve. Ma evidentemente qualcosa non ha funzionato e nei prossimi giorni e settimane avremo il modo e la lucidità per fare una riflessione complessiva che riguarda sia il partito nazionale che la segreteria regionale».

Il giorno dopo la disfatta, nel quartier generale di Limena comincia la smobilitazione. Sulla carta il contratto d’affitto terminava il 31 maggio, data di scadenza che le urne hanno decretato anche per gli slogan della campagna ancora affissi sulle vetrate (uno su tutti: «Il coraggio di… vincere in bellezza!»). Tacchi alti, blue jeans, camicetta avorio. Due-sorrisi-due in sedici minuti di conferenza stampa. Occhi di un azzurro più ghiaccio che cielo, oggi che c’è da scrutare la triste evidenza: «In politica si vince e si perde. Noi abbiamo corso per vincere e lo hanno visto tutti. Ho vinto tante volte ma questa volta ho perso».

Ancora nella notte è stata lei a chiamare Luca Zaia. Per ora invece da Matteo Renzi, volato in Afghanistan, non ha ricevuto neanche un tweet. «A me – sottolinea – non piacciono le rese dei conti, non mi interessano e non giovano. La responsabilità è molto ampia e va analizzata, faremo una riflessione a livello regionale e nazionale».

Riavvolgendo il nastro degli ultimi sei mesi, il tonfo alle Regionali appare come l’ultimo fotogramma di un film dell’assurdo, per com’era iniziato col trionfo alle primarie. In mezzo tante scene di entusiasmo, fra i comizi del premier e la serata con le ministre. «Chi governa – rimarca – si assume la responsabilità delle riforme. Da questo punto di vista è molto più facile fare opposizione, perché vai a toccare insofferenze e insoddisfazioni. Com’è molto più facile condurre una battaglia elettorale con messaggi sui migranti e sui rom che colpiscono la pancia dell’elettorato».

Ogni riferimento a Matteo Salvini è puramente voluto. «Ma qui – puntualizza – ha trainato Zaia, non ha vinto Salvini. Qui il primo partito è quello di Zaia e quindi è stato un voto personale su Zaia. Su di me sicuramente hanno pesato gli aspetti nazionali». Forse anche il fuoco teoricamente amico, come quello sparato da Susanna Camusso, quando a Mestre teorizzò l’opportunità della scheda bianca piuttosto che l’opzione cambiamento? «Tendo sempre a non scaricare sugli altri la responsabilità, perché sono una donna molto forte, determinata e capace di assumersela. La responsabilità è nostra, intendo mia e della coalizione di centrosinistra». Per quanto concerne la propria:

«Non sono riuscita a far passare il contenuto del nostro programma, su cui continuerò a lavorare in consiglio regionale, ma sono contenta di come ci siamo comportati, credendoci fino in fondo». Quanto alle colpe della dirigenza del Partito Democratico: «Credo che la sconfitta sia motivabile anche da questo punto di vista. Mi piacerebbe però poter avere qualche giornata in più per fare una riflessione più ampia anche col segretario regionale. Dateci tempo e avremo modo di confrontarci su questo. Ma non mi azzarderei a fare a caldo riflessioni poco meditate»

Questo infatti è ancora il tempo delle emozioni. «È stata una campagna elettorale straordinaria – riflette – perché ho imparato molto politicamente e umanamente. Sarò il consigliere che conosce di più il Veneto, dato che nessuno ha visitato tutti i Comuni come ho fatto io con grande serietà. Ora sono a disposizione del gruppo per guidare l’opposizione in consiglio regionale. Per quanto riguarda le riflessioni interne al partito, le faremo insieme al partito».

Guai però a chiederle se si senta tradita: «La parola “tradimento” in politica non esiste. In politica si vince e si perde e quando si perde si deve avere la forza e la determinazione di creare un orizzonte e una prospettiva per vincere la prossima volta. Questo è il mio obiettivo da qui ai prossimi cinque anni, forte anche della grande lealtà e partecipazione che ho visto verso di me da parte dei circoli e dei militanti».

Molti sostenitori dei suoi avversari, invece, sembrano non volerle rendere l’onore delle armi. Fra bestemmie e insulti, quasi tutti a sfondo sessista, sono qualche centinaio i commenti offensivi al post con cui Moretti su Facebook si congratula con Zaia e ringrazia i propri elettori. «È evidente – constata – che sono stata la candidata maggiormente presa di mira dall’opinione pubblica. Quando attacco un avversario lo faccio sempre dai punto di vista politico, mentre quello che ho subìto io ha riguardato molto spesso la mia sfera personale. Ma ognuno ha il suo stile e io continuerò col mio».

Il day after finisce qui. Con lei che, dopo aver macinato migliaia di chilometri da passeggera del monovolume «Alessandra Moretti Presidente», torna finalmente al volante della sua station wagon. Un cenno con la mano, il terzo sorriso della giornata. E via, verso Vicenza.

Angela Pederiva – Il Corriere del Veneto – 2 giugno 2015 

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