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Morta per encefalopatia. L’esperto: «Nessun rischio. Non è la mucca pazza». Un esame diagnostico del corpo sarà comunque effettuato sulla paziente

Tutto era iniziato ad aprile con qualche disturbo al campo visivo, seguito da uno stato confusionale e dalla difficoltà nel coordinare i movimenti. Poi, dopo appena un mese, la certezza di quella che si è rivelata essere la sentenza di morte per una padovana di 75 anni: morbo di Creutzfeldt-Jakob, malattia neurodegenerativa conosciuta anche come encefalopatia spongiforme sporadica. Una malattia tristemente famosa che richiama alla memoria il cosiddetto morbo «della mucca pazza». Così, quando nei giorni scorsi la paziente è morta, la paura si è diffusa assieme al sospetto che già venti anni fa aveva colpito la carne bovina. Non è però questo il caso. La settantacinquenne, infatti, all’insorgere dei primi sintomi, era stata prima ricoverata all’ospedale Sant’Antonio e poi trasferita a Verona, all’ospedale di Borgo Roma dove il reparto di Neurologia è specializzato proprio nella diagnosi delle encefalopatie. «Si tratta purtroppo di una malattia mortale nel cento per cento dei casi – spiega il professor Salvatore Monaco, direttore della Clinica neurologica dell’Università di Verona -. È però sbagliato parlare di “mucca pazza”, una forma della malattia che è praticamente scomparsa e che, vent’anni fa, ha causato circa duecento vittime». Il team di neurologi veronese è stato quello che, a livello mondiale, ha elaborato il test delle mucose olfattive per la diagnosi delle encefalopatie spongiformi. «Esistono infatti diverse forme di encefalopatia – continua Monaco -, da quella genetica a quella causata dagli ormoni che un tempo venivano estratti dalle ipofisi cadaveriche. La più comune, e della quale non si conoscono le cause, è proprio quella sporadica, non contagiosa e non trasmissibile. Purtroppo non esiste una cura, se non alcune terapie palliative che possono alleviare gli ultimi mesi. Attraverso il nostro test riusciamo a capire nel giro di poche ore da quale ceppo il paziente è affetto. Si tratta dell’unico test possibile con il paziente in vita. Prima si poteva solo far ricorso all’esame post mortem». Un esame diagnostico del corpo sarà comunque effettuato sulla paziente. Al momento, comunque, la procura di Padova non è stata interessata dalla vicenda, proprio perché si esclude che la malattia possa essere stata generata da un piatto di carne infetto e che, quindi, possa esserci un’ipotesi di reato.

Il Corriere del Veneto – 5 luglio 2017

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