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Nel 2015 chiusa una stalla su 5 e la Ue offre 2 cent d’elemosina. Sparite le quote latte, gli allevatori non riescono a sostenere la concorrenza estera. “Così il settore caseario è in ginocchio”

Cronaca di una morte annunciata: quella della zootecnia italiana. Il killer si chiama Europa che a un anno esatto dalla fine delle quote latte fa i conti col disastro provocato dalla politica agricola comune improntata al massimo rigorismo burocratico – l’Italia deve pagare ancora 4 miliardi di multe con centinaia di allevatori perseguitati da cartelle pazze e almeno venti imprenditori suicidi – e al più becero protezionismo dei paesi forti: Germania e Francia, dove però c’è aria di rivolta nelle stalle con Parigi che varato immediate misure protezionistiche della produzione nazionale.

Dopo un anno l’Europa non ha ancora deciso che fare salvo stanziare contributi a pioggia che non risolvono la crisi di un settore determinata da un surplus di almeno il 10% di produzione.

I Paesi più forti hanno cominciato a mungere a più non posso, la chiusura del mercato russo ha provocato un’ onda di riflusso di latte che viene venduto in dumping a tutto danno delle stalle italiane. Il Paese più disastrato è il nostro con il governo che si limita ad anticipare i contributi (21 milioni per 25 mila allevatori cioè la miseria di 840 euro ad azienda che in pratica significa 0,025 euro a litro di latte) e a stipulare una moratoria di tre anni sui muti con l’Abi. Fa molto discutere un rapporto europeo secondo il quale in Italia tutto sommato il prezzo ha tenuto: meno 3% contro il meno 18% dell’Irlanda dalla fine delle quote latte. Il rapporto parla di un prezzo italiano alla stalla di 34 centesimi al litro superiore alla media europea. Una balla. Ieri nel bresciano e nel lodigiano sono state sversate nei campi migliaia di ettolitri di latte perché le industrie si sono rifiutate di ritirarlo: hanno trovato latte europeo a 18 centesimi e quello italiano lo rifiutano. Lo stesso rapporto europeo rivela però che l’Italia è il Paese più in crisi perché le consegne di latte crudo fra gennaio 2015 e 2016 nell’Ue sono ancora in aumento, con l’Irlanda a quota +19,9%, Belgio a +17,2% e Olanda a +15,5%, mentre l’Italia si ferma a +4,4% e la Francia a +1,6%. In queste condizioni la zootecnia italiana che destina circa la metà del latte alla produzione dei nostri formaggi Dop rischia di scomparire e con lei anche i nostri gioielli caseari. Così oggi la Coldiretti fa partire da Udine la «guerra del latte». Migliaia di allevatori si ritroveranno in Friuli che è la porta di accesso del latte d’importazione per denunciare che tre quarti del latte che gli italiani bevono arriva dall’estero, che metà delle mozzarelle è prodotta con latte in polvere e che ogni anno importiamo un milione di quintali di cagliate congelate (corrispondono più del 10% della nostra produzione). Il Friuli insieme al Piemonte è peraltro la regione dove il latte viene pagato meno: siamo ormai al di sotto dei 20 centesimi al litro a fronte di costi di produzione che superano i 30. Con le aziende in particolare il colosso Lactalis (ex Parmalat ora francese) che si rifiutano di ritirarlo. Abbiamo ormai perso una stalla su cinque nell’ultimo anno e il governo non è in grado né di gestire un accordo interprofessionale per fissare prezzi minimi del latte, né di fare pressione su Bruxelles per bloccare questa concorrenza selvaggia dentro l’Unione.

Libero – 2 aprile 2016 

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