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Nel governo due linee sul Covid. Speranza gela Lega e Fi: serve rigore. In Cdm allarme del ministro sulla variante inglese: “Cresce, non possiamo allentare le misure”

I 5S chiedono più sottosegretari, entro domani la nomina. Tampone rapido per i ministri prima di entrare nella sala del Consiglio. Aiuti subito. Il ministro leghista Giancarlo Giorgetti sollecita ristori immediati anche quando le chiusure sono locali. Micro zone. Renato Brunetta, ministro di Fi, vorrebbe interventi di chiusura ultra mirati nei comuni per non penalizzare tutti
Repubblica. Cala il gelo attorno al tavolo del primo vero Consiglio dei ministri dell’era Draghi. Roberto Speranza apre la riunione di governo con una relazione. È cruda. Dolorosa, per certi versi, perché spegne le speranze “aperturiste” del centrodestra e dei renziani. L’Iss, ricorda il responsabile della Salute, stima la diffusione della variante inglese al 17,8%. Una tendenza «in crescita», visto che corre del 39% più di tutte le altre mutazioni. Non possiamo allentare le misure, sostiene. E vanno “quantomeno” conservate le attuali. È lo stesso approccio rigoroso del presidente del Consiglio, che non intende arretrare dalla linea della prudenza delle altre Cancellerie europee. Convinto che la situazione vada «monitorata attentamente», tenendo «alta la guardia». E così, l’incontro di Palazzo Chigi prende una piega inaspettata. Faccia a faccia per la prima volta, la maggioranza si divide.
Prima di entrare nella sala del Consiglio, tamponi rapidi per tutti: è la regola. Dentro, nessuno alza la voce, ma soltanto perché i numeri esposti dal ministro fanno paura. È il nastro che si riavvolge, sembra riportare la storia a dodici mesi fa, se non fosse per la speranza nel vaccino. Il duello è filosofico, aperturisti contro chiusuristi. I leghisti e i berlusconiani, supportati da Iv, chiedono segnali di “discontinuità” nella gestione dell’emergenza. Matteo Salvini vorrebbe riaprire i ristoranti la sera, si fa fotografare abbracciato con alcuni di loro e con t-shirt #ioapro. Sembra tornato ai vecchi tempi. Ma la propaganda da campagna elettorale permanente si scontra con una realtà assai diversa. E peggiore.
Per un giorno intero, anche i governatori di centrodestra contattano il governo per trattare nuove restrizioni: Brescia, la Bassa Bergamasca, Ventimiglia, alcuni comuni in provincia di Ancona, senza dimenticare territori di Umbria, Abruzzo e la chiusura totale di Bolzano. Focolai ovunque, con le varianti brasiliana e sudafricana che minacciano il successo del vaccino.
I duelli, comunque, non mancano. Sulle ricette migliori per affrontare la nuova ondata intervengono quasi tutti. Le delegazioni di Forza Italia e della Lega contestano l’esposizione mediatica del Cts e insistono per ridimensionarlo, «serve che parli una voce sola». Renato Brunetta chiede a nome degli azzurri di valutare interventi ultra mirati, disaggregando i dati fino al livello comunale, pur di evitare blocchi generalizzati. Lorenzo Guerini gli ricorda che è complesso immaginare strette che non siano quantomeno provinciali. Matteo Renzi mobilita la sua ministra, Elena Bonetti, chiedendo di portare questo messaggio: «L’unica strada per uscire dal tunnel sono i vaccini, il resto è chiacchiera». Giancarlo Giorgetti e Maria Stella Gelmini premono per misure di ristoro immediate, anche quando i blocchi vengono decisi dalle Regioni. Speranza condivide, l’importante è avvertire prima l’esecutivo: non sarà lui a disincentivare chi per ragioni sanitarie decide le zone rosse senza attendere il governo centrale.
Ma il discorso torna in fretta alle varianti. A quella inglese, in particolare. È come se esistessero due maratoneti, spiega Speranza: arriverà prima quello che va più veloce, soppiantando gli altri. È già accaduto in Gran Bretagna, sta accadendo in Francia e Germania. Peggio: gli studi dicono che questo ceppo è destinato a diventare prevalente in tutta Europa. Da qui deriva una certezza: si diffonderà anche in Italia e nelle prossime settimane si registrerà un aumento dei casi. Inutile, insomma, sperare in nuovi allentamenti.
Anche Draghi prende tempo. Dà il via libera al blocco dei movimenti regionali, ma preferisce rimandare di qualche giorno il nodo del dpcm che scade il 5 marzo. Non sembra praticabile la proposta di Dario Franceschini, che chiede di valutare il prima possibile la riapertura di teatri e cinema. Non tira aria neanche per questo, come per i ristoranti serali della Lega. Anzi, la scelta delle prossime ore sembra ridursi essenzialmente a questo bivio: ribadire il meccanismo dei colori, ben sapendo che entro qualche settimana buona parte d’Italia potrebbe tingersi di arancione e rosso a causa delle varianti. Oppure sospendere a tempo questo meccanismo, imponendo una stretta omogenea nazionale di un paio di settimane, come a Natale. Una sorta di zona arancione nazionale (e magari rossa nei weekend) per stoppare il contagio e accelerare sulla vaccinazione di massa.
Altra questione affrontata è quella della “scopertura” per la fascia 65-80. Con AstraZeneca si stanno vaccinando gli under 65, con Pfizer e Moderna gli over 80. E gli altri? Il governo sta cercando una soluzione, che potrebbe arrivare con l’innalzamento almeno ai 75 anni della copertura con Astra.
Si dibatte anche di sottosegretari, nel governo, e qualcosa si inceppa. Stefano Patuanelli spiega che no, la lista 5S ancora non c’è perché il Movimento vuole 14 posti. Palazzo Chigi sembra disposto a concederne al massimo 11. Anche sui profili dei leghisti selezionati da via Bellerio c’è qualche problema. Il Pd continua a dilaniarsi tra correnti e sulla quota donne. Draghi vuole chiudere, al più, entro domani.

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