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Nel paese senza medici. “Trenta chilometri solo per una ricetta”. A Fossalta, in provincia di Venezia, chiusi due ambulatori su cinque

Giampaolo Visetti. « Noi sindaci siamo impotenti, spediti in guerra disarmati a difendere i cittadini. Paghiamo oggi errori storici nella programmazione, politica e universitaria: o cambiano subito le regole, o in Italia presto sarà sistematicamente violato il diritto fondamentale alla salute » . Natale Sidran, sindaco di Fossalta, seimila abitanti nel Veneto orientale, lancia l’allarme. «Altro che emergenza medici di base entro dieci anni — dice — già non se ne trovano più e convincerne uno a esercitare in un paese è un’impresa. Nessuno può obbligare un medico a farsi carico di una comunità che pure ne ha un disperato bisogno: ma i sindaci sono responsabili anche di questo».

Fossalta, poco lontano da Portogruaro, è lo specchio anticipato di come sarà il Paese entro il 2023, con il pensionamento di 45 mila camici bianchi ( 15 mila i medici di famiglia), ed entro il 2028 con l’addio del 70% dei medici di medicina generale oggi in servizio. Da agosto nel comune mancano due medici di famiglia su cinque. L’ultimo, grazie alla specialità in pediatria, a partire dalla scorsa estate ha preferito curare i bambini a Concordia Sagittaria, dove risiede. Il risultato è che centinaia di persone, in particolare anziani, per una visita, un certificato di malattia o una semplice ricetta, devono raggiungere l’ambulatorio di un dottore in un comune confinante. Fino a trenta chilometri, serviti da mezzi pubblici che passano tre o quattro volte al giorno. Ogni mattina colonne di auto lasciano la piazza della chiesa con a bordo i “ pendolari della visita medica” diretti a Gruaro, Cinto, Pramaggiore, San Michele e Teglio. Al volante figli, parenti e amici di pazienti spesso prostrati dalla febbre. Inutili i tentativi di trovare un sostituto, anche provvisorio. «Abbiamo offerto due ambulatori gratis — dice il sindaco — uno comunale e uno privato, pur di avere almeno la sede secondaria di un medico che ha lo studio principale altrove. Niente. Sembra che i medici siano già estinti, o che non siano disposti a lavorare nei centri piccoli. E quelli che contattiamo hanno già superato il massimale di pazienti » . Da sette mesi così i tre medici di famiglia rimasti a Fossalta reggono l’onda di oltre 1500 persone a testa, rispetto ad un tetto fissato a 1200. Un’altra dottoressa è stata convinta a fare visite, ma ha concesso non più di un’ora alla settimana, l’ultima rimasta libera. «Centinaia di paesi in tutta Italia — dice Sidran — vivono lo stesso incubo. Dopo aver subito lo chiusura di servizi cruciali, vedono sparire perfino i medici. La gente era abituata al proprio dottore, conosciuto per una vita, che sapeva già tutto di ognuno: adesso, bene che vada, siamo già alla girandola dei provvisori». A spiegare perché è Pierpaolo Pianozza, direttore dell’Usl 4 Veneto Orientale. « A partire dal 1995 — dice — in Italia c’è il numero chiuso anche per i corsi di medicina generale. Le nuove abilitazioni sono meno di un terzo dei pensionamenti. Nelle città l’emergenza è meno visibile, nei paesi invece sta già esplodendo. Pochi giovani medici riescono a partecipare ai bandi regionali e quelli che accettano le destinazioni scomode sono una rarità. Paghiamo errori legislativi: indigna però prendere atto che non si sta facendo qualcosa per correggere gli sbagli ».

Il problema è anche economico. Una specialità post- laurea, per lavorare in un ospedale pubblico, garantisce 4- 5 anni di borsa di studio a 1800 euro al mese. Il corso triennale per la medicina generale, condizione per aprire poi un ambulatorio di base, ne offre solo 800. Questo numero chiuso, più ancora di quello che seleziona gli iscritti alle facoltà di Medicina e Chirurgia, rivela che le casse del Ministero per la Salute sono, in ogni caso, vuote. Mantenere sul territorio un numero sufficiente di medici di base comporterebbe una spesa che lo Stato non può, o non vuole, affrontare. «Quando emerge un caso come quello di Fossalta — dice Pianozza — le Regioni pubblicano un bando per la zona carente. Di solito accade due volte all’anno. Per stilare una graduatoria però servono mesi e il problema non è la partecipazione dei medici al bando, ma l’accettazione delle sedi più scoperte. Vogliono tutti restare nelle grandi città e nei capoluoghi dove una famiglia ha tutto: piuttosto di finire in un paese fanno le guardie mediche notturne. La prospettiva sono vaste aree periferiche senza più un dottore del servizio sanitario nazionale » . Tra i giovani laureati italiani si impone anche l’opzione finanziaria: una specialità, tra ospedali, cliniche o visite private, promette guadagni ben più alti del corso di medicina generale. La tendenza verso la privatizzazione della salute, compresa quella di base, è chiara. Risultato: a Fossalta i tre ambulatori superstiti sono presi d’assalto, ogni decesso scatena la corsa per conquistare il posto- medico lasciato dal defunto e il Comune è caccia di un massimalista che accetti un incarico provvisorio, a costo di forzare i limiti. « Prima hanno chiuso i piccoli ospedali — dice Sidran — oggi saltano i medici di famiglia: domani, nell’Italia che invecchia a ritmi giapponesi, paesi e quartieri non avranno nemmeno una farmacia».

Repubblica – 15 febbraio 2018

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