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Nella disfida della mozzarella Dop la Puglia batte la Campania (per ora). Il ministero dà il via libera a quella di latte vaccino. In attesa dei verdetti di Tar e Ue

La mozzarella Dop non sarà più soltanto di bufala campana. Presto arriverà quella pugliese, di Gioia del Colle, prodotta con latte vaccino. Il ministero delle Politiche agricole ha infatti dato il suo via libera: per quello definitivo occorrerà attendere l’ok di Bruxelles. Nella guerra tra Puglia e Campania iniziata la scorsa estate, quindi, il primo round va ai pugliesi. Per il secondo occorrerà attendere non solo il verdetto europeo ma anche il Tar, perché come spesso avviene in Italia chi perde non si fa mancare mai un ricorso amministrativo, puntualmente annunciato ieri dal Consorzio Mozzarella di bufala campana Dop.

Il motivo del contendere –— che nei mesi scorsi ha visto scendere in campo anche i presidenti delle due Regioni, Vincenzo De Luca e Michele Emiliano — è la denominazione: per i campani una seconda mozzarella Dop confonderebbe il consumatore, nonostante i due prodotti, l’uno fatto con il latte di bufala, l’altro con quello di mucca, siano ben distinguibili al palato. Per questo lo scorso 7 dicembre — dopo mesi di scontri verbali — il ministero aveva convocato le parti per trovare un compromesso: aggiungere a Mozzarella di Gioia del Colle Dop la dicitura sull’etichetta «di latte vaccino». Che, però, adesso, per i campani risulta con un carattere troppo piccolo. I pugliesi, nel frattempo, esultano: «Dopo 6 anni otteniamo un risultato importante — spiega Piero Laterza, presidente di Ara Puglia (Associazione regionale allevatori) e membro del comitato promotore della Dop — visto che l’idea nacque nel 2011 su iniziativa del gruppo d’azione locale Trulli e Grotte. Il disciplinare è stato presentato al ministero a fine 2011 ma la svolta è arrivata solo nel 2016». Il perché è spiegato ancora una volta dalla denominazione: «Partimmo con l’idea di richiedere la Dop per la Treccia della Murgia — spiega Laterza — ma poiché non avevamo sufficienti documentazioni storiche su questo nostro prodotto tipico, a fine 2016 adeguammo la richiesta con la dicitura mozzarella, della cui produzione a Gioia del Colle abbiamo documentazione fin dal 1950». Il cambio in corsa, però, non è piaciuto ai produttori di mozzarella di bufala campana, prodotto Dop dal ’93. E così nella scorsa estate è scoppiata la guerra dopo la pubblica audizione del ministero di fine luglio e la pubblicazione della bozza del disciplinare sulla Gazzetta ufficiale di fine agosto.

«Il 7 dicembre — aggiunge Laterza — abbiamo raggiunto un compromesso al tavolo del ministero, alla presenza non solo dei colleghi campani ma anche dei pugliesi del nord barese che avrebbero voluto l’allargamento del territorio a tutta la Puglia, senza avere però sufficiente materia prima. E il compromesso raggiunto prevede l’aggiunta nella denominazione della dicitura di latte vaccino per distinguere la nostra mozzarella da quella di bufala. Non capisco perché ora quel compromesso venga ricusato con un ricorso al Tar. Anche perché si tratta di due prodotti che vanno bene». A certificarlo sono non solo i numeri (i consumi domestici da gennaio a novembre 2017 sono cresciuti, rispetto al 2016, in quantità dello 0,7% per la mozzarella vaccina e del 3,7% per quella di bufala, e a valore del 2,6% e del 5,2%, dati Clal su fonte Iri) ma anche il presidente dell’Aicig, l’Associazione italiana consorzi indicazioni geografiche, Cesare Baldrighi: «Per una volta non è una guerra tra poveri ma tra prodotti che vanno bene. Una polemica è nociva per entrambi e visto che un’intesa era stata trovata conviene arrivare a Bruxelles senza dissidi interni». Ed ecco il punto: per Domenico Raimondo, presidente del Consorzio della bufala campana Dop, i pugliesi non hanno rispettato l’intesa: «Una delle nostre osservazioni è già stata accolta dal ministero, ovvero l’obbligo in etichetta della dicitura “latte vaccino”. Ma il carattere non può essere più piccolo rispetto a mozzarella Dop». Per una volta, una questione di lettere e non di numeri.

Il Corriere della Sera – 29 dicembre 2017

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