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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Nessuna sponda sui conti pubblici. Roma rischia un buco da due miliardi. Il maxi-debito resta nel mirino. La mediazione affidata a Padoan
    Notizie ed Approfondimenti

    Nessuna sponda sui conti pubblici. Roma rischia un buco da due miliardi. Il maxi-debito resta nel mirino. La mediazione affidata a Padoan

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche30 Gennaio 2016Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Marco Zatterin. Col 2016 il passaggio si è fatto più stretto. I ministri dell’Ecofin – tutti, compreso Pier Carlo Padoan – hanno chiesto al loro braccio esecutivo, cioè alla Commissione, di essere più decisa nel valutare gli Stati, l’hanno invitata a «sfruttare l’intero potenziale» delle procedure in vigore per correggere gli squilibri macroeconomici e assicurare la stabilità del quadro continentale.

    Più pressing e severità

    I soliti falchi, soprattutto i tedeschi, lamentavano che, da quando s’è cominciato a valutare le qualità delle economie nazionali dell’Unione europea, Bruxelles non ha sanzionato chi non ha fatto i compiti. Ora si vorrebbe più pressing e severità.

    Così l’Italia – come gli altri sotto osservazione – rischia grosso per colpa delle pesanti palle che porta al piede: visto in funzione del Pil, ha il terzo peggior debito del pianeta; non lo ha tagliato da anni e i margini per farlo sono ai minimi storici e politici.

    Nessuna sponda

    Matteo Renzi cercava una sponda dalla cancelliera Angela Merkel e non sembra averla avuta. Ora deve attrezzarsi per superare gli esami europei da solo. Il Graal che insegue da tempo si chiama flessibilità, quest’anno sono 16 miliardi necessari per quadrare i conti. La missione passa per il giudizio delle previsioni della Commissione (4 febbraio), il suo «rapporto paese» (fine febbraio) e il verdetto sui tre bonus chiesti a Bruxelles per riforme, investimenti e emergenze varie (aprile). Match insidioso.

    Nel congelare il giudizio sulla legge di stabilità 2016 sino a primavera, la Commissione ha scontato un obiettivo di deficit di 2,2% Pil, mentre l’Italia ha messo in bilancio il 2,4, sperando di poter scomputare le spese per migranti e sicurezza. Nel complesso le tre flessibilità valgono un punto di Pil: 0,4 punti già vinti per le riforme fatte (si auspica uno 0,1 aggiuntivo); tre decimi compenserebbero gli investimenti (sulla base di un piano non ancora presentato); altri due decimi sono il cocktail emergenze, i più incerti. Siamo nell’universo «zerovirgola», ma senza il consenso di Bruxelles, il bersaglio del 2,4 diverrebbe «illegale» e ci potrebbero chiedere di scendere a 2,2. Sarebbe un primo buco di paio di miliardi. Almeno.

    La scure del debito

    Tutto questo non è certo, la discussione è in corso. Come non è certo che, in febbraio, il «country report» della Commissione non cominci a calcare la mano sul debito previsto per quest’anno al 132,5% del Pil (dovrebbe tendere al 60%). A novembre, Bruxelles ha notato che «in Paesi come Grecia, Italia, Portogallo, Francia e Spagna, l’aggiustamento fiscale sta rallentando nonostante l’alto debito». Poi che «la combinazione di ampio debito e tendenza al declino della crescita potenziale preoccupa», soprattutto nelle economie di «rilevanza sistemica». La nostra, ad esempio

    Decidere insieme.

    La decisione sulla flessibilità sarà collegiale, mediata dal poliziotto buono, il commissario Moscovici (socialista francese) e da quello cattivo (Dombrovskis, lettone e popolare). L’esecutivo dell’Unione europea potrebbe sanzionarci per le carenze macroeconomiche e il debito, o lo «zerovirgola» del deficit. Il che renderebbe complesso un 2016 già povero di ragioni di buonumore. Per non alzare le tasse e centrare gli obiettivi concordati coi partner Ue, il governo ha spostato al 2017 le clausole di salvaguardia, richieste per bilanciare una eventuale deviazione dal seminato.

    Contraccolpi

    A bocce ferme, da gennaio l’Iva scatterebbe dal 10 al 13% e dal 22 al 24%, con effetti indesiderabili su consumi già stanchi. Disinnescare l’aumento costa però sino a 25 miliardi.

    Renzi rimanderà Padoan a mediare. Funzionerà? I fattori di rischio sono numerosi, anche perché c’è la presidenza di turno olandese che ha Eurogruppo ed Ecofin, e fa asse con tedeschi e falchi nordici. «La flessibilità è un margine, si può usare una volta sola e senza esagerare», ama ripetere Jeroen Dijsselbloem, custode delle Finanze Orange, colore che gli fa preferire le regole alle polemiche. La visita berlinese non è servita a rendere meno dura una battaglia che si attende sanguinosa.

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    La Stampa – 30 gennaio 2016

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