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Nodo-crescita anche per i conti pubblici. Governo preoccupato per l’andamento del Pil: una frenata rispetto alle previsioni ridurrebbe le risorse per la manovra

Più che all’impennata dello spread, che ieri ha chiuso poco sotto quota 133 punti base, tra Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia si guarda con preoccupazione al possibile ridimensionamento delle stime di crescita sull’intera eurozona e a cascata sul nostro Paese, ingenerato dalla crisi del gigante cinese e dal crollo dei listini su scala mondiale.

Questione che va affrontata prima di tutto a livello europeo, fanno rilevare fonti governative. Da noi occorre fare i conti con una ripresa fragile, e con il rischio di rallentamento tra gli ultimi mesi dell’anno e l’inizio del prossimo che finirebbe per vanificare le aspettative che, dopo aver chiuso il 2015 con un target nei dintorni dello 0,6-0,7%, si possa conseguire nel 2016 un incremento del Pil almeno attorno all’1,5 per cento. Con l’inevitabile conseguenza di ridurre i margini di bilancio a disposizione per finanziare azioni dirette al sostegno della domanda interna.

Lo scenario macroeconomico è in evoluzione (ne parlerà domani a Rimini il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan mentre per oggi è in programma l’intervento di Matteo Renzi) e la tendenza è oggettivamente al peggioramento rispetto al quadro delineato con il Def di aprile, quando si è ipotizzata una più decisa spinta alla crescita per effetto del Quantitative easing e della finestra di opportunità macroeconomica favorita dal calo dei tassi. Se ne darà conto tra breve, con la Nota di aggiornamento al Def di metà settembre, la cornice entro cui si collocherà la prossima legge di Stabilità. Un quadro fortemente condizionato dalle nuove variabili esogene, che potrebbero indurre a ricalibrare l’impianto della prossima manovra, indicata al momento orientativamente in una forbice tra i 25 e i 30 miliardi.

La possibile revisione al ribasso della stima di crescita per il 2016 renderebbe più arduo rispettare il target del deficit fissato al momento all’1,8%, anche per effetto del ridimensionarsi dei risparmi in conto interessi attesi dalla stabilizzazione dello spread attorno ai 100 punti base. Sarebbe a quel punto a dir poco complicato percorrere la strada (da concordare con Bruxelles) di un sia pur modesto incremento del deficit per finanziare alcune delle spese in programma con la legge di Stabilità. Resterebbe l’arma della flessibilità sul fronte degli investimenti, ma gli importi in gioco (4-5 miliardi) non paiono decisivi ai fini dei saldi complessivi della manovra. Ecco perché il quadro si complica, nella consapevolezza che il vero banco di prova sarà definire e far approvare dal Parlamento il robusto pacchetto di tagli alla spesa corrente indicato dal Def: 10 miliardi, destinati integralmente alla sostituzione delle clausole di salvaguardia che altrimenti scatteranno dal prossimo anno sotto forma del ritocco dell’Iva e delle accise. Altri 6,4 miliardi (anch’essi diretti a neutralizzare le clausole) sono già iscritti in bilancio grazie alla flessibilità sulle riforme concessa in maggio dalla Commissione europea.

A conti fatti, mancano all’appello tra i 10 e i 14 miliardi, risorse che stando agli obiettivi programmatici del Governo dovrebbero servire a finanziare la prima tranche di sgravi fiscali sulla casa (5 miliardi), ma anche a far fronte alle prime misure in materia di flessibilità in uscita per le pensioni, e alla conferma in chiave di selettività degli sgravi contributivi per le nuove assunzioni. Poi vanno individuate le risorse per finanziare il costo (500 milioni l’anno dal 2016) della sentenza della Consulta sul blocco 2012-2013 della perequazione delle pensioni con importi superiori a tre volte il minimo Inps, e resta ancora da definire la copertura (720 milioni) necessaria a far fronte alla bocciatura da parte di Bruxelles dell’estensione del “reverse charge” alla grande distribuzione, e alla prossima riapertura della contrattazione nel pubblico impiego. Il tutto mentre ora esplode anche il caso dei disavanzi delle Regioni per effetto della sentenza della Corte costituzionale relativa all’utilizzo dei fondi destinati al pagamento dei debiti pregressi.

Dino Pesole – IL Sole 24 Ore – 25 agosto 2015 

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