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Nomine aziende pubbliche, sfida nel governo tra rottamatori e conservatori. Duello Renzi-Scaroni sul criterio di «onorabilità»

Per conoscere quale delle due anime prevarrà nel governo, se quella che vorrebbe fare piazza pulita ai vertici delle aziende pubbliche come segno di grande cambiamento o quella che al contrario vorrebbe salvare capra e cavoli, è questione di ore. Man mano che la resa dei conti si avvicina, tuttavia, aumenta il vantaggio della prima.

Segnale: il prossimo sbarco alla guida del dipartimento legislativo di Palazzo Chigi, un posto decisamente cruciale per le riforme, di Antonella Manzione. Direttore generale nonché capo della polizia municipale di Firenze, per giunta donna. Un fatto senza precedenti, almeno per Palazzo Chigi. Con una sola eccezione: la nomina di Fernanda Contri, che Giuliano Amato volle nel 1992 come segretario generale.

La tabula rasa presenta solo qualche problemino. Il primo riguarda il metodo. Sarà motivo valido per l’avvicendamento dei manager la regola non scritta dei tre mandati di permanenza massima ai vertici aziendali? E anche per le società quotate? Il secondo è quello dei candidati. Mai prima d’ora le istruttorie sono state così accurate. Il tutto in un quadro di regole, quelle scritte lo scorso anno dall’ex ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, mai altrettanto rigorose. Al massimo entro il 12 aprile il Tesoro e la Cassa depositi e prestiti dovranno presentare le liste per i consigli di amministrazione di Enel, Eni, Finmeccanica e Terna. Ma ancora i nomi delle caselle che contano non si scorgono con chiarezza. Tanti, forse troppi, sono stati i «no, grazie» che il premier Matteo Renzi ha dovuto incassare, dall’amministratore delegato di Vodafone Vittorio Colao a quello di Luxottica Andrea Guerra.

Inutile dire che il toto nomine impazza. Con una frenesia sconosciuta in passato, per un paio di motivi. Intanto il numero delle poltrone: 350. E poi per la prima volta da dodici anni tocca alla sinistra, e nella fattispecie a un rottamatore come Renzi. Che la fibrillazione abbia raggiunto livelli massimi lo testimoniano le scintille di ieri fra Paolo Scaroni e il presidente della commissione Attività produttive del Senato Massimo Mucchetti. Con l’attuale amministratore dell’Eni che infastidito dalle domande a proposito del suo futuro (le nuove regole escluderebbero la sua riconferma in seguito alla condanna di primo grado da lui subita) ha reagito senza troppa diplomazia: «Quello che farò sono fatti miei». Per inciso, Scaroni ieri ha pranzato con Renzi, che qualche ora più tardi a Otto e mezzo ha chiarito: «È vero, come sostiene Scaroni, che gli altri Paesi non hanno le stesse regole sull’onorabilità. Ma noi siamo contenti di averle».

Quanto dunque sarà profonda questa rottamazione, resta da vedere. Chi si è preso la briga di contare le citazioni raccolte dagli ipotetici candidati sulla stampa a partire dall’inizio dell’anno, potrebbe stilare facilmente una classifica. In base a questa, per il posto di amministratore delegato dell’Eni risulterebbe ampiamente in testa il direttore generale Claudio Descalzi (21 citazioni). Per la sostituzione di Fulvio Conti all’Enel sarebbe ottimamente posizionato l’attuale amministratore delegato di Enel green power, Francesco Starace (18): tallonato dall’attuale direttore generale della Rai Luigi Gubitosi (17). Per le Poste, scontato che Sarmi lasci il timone, comanda la graduatoria della stampa Francesco Caio (12), anche qui con Gubitosi alle spalle (10). Il medesimo Gubitosi (7) viene pure dato dai giornali come il più probabile successore di Flavio Cattaneo a Terna. Mentre per Finmeccanica, assodata l’uscita di scena di Alessandro Pansa, da appena un anno amministratore delegato, le previsioni dei media sono per Franco Bernabè (14). In larga misura cortine fumogene, come al solito. E senza nemmeno troppa fantasia.

La sensazione è che i candidati reali siano ben coperti e siano destinati a rimanere tali fino all’ultimo. Vero è che fra i personaggi citati dai giornali compaiono pure alcuni credibili outsider, come quel Domenico Arcuri che oggi guida Invitalia e di cui qualcuno ipotizza un passaggio a Finmeccanica o Terna. Oppure come Matteo Del Fante, direttore generale della Cassa depositi e prestiti indicato come candidato alle Poste: anche se nessuno si stupirebbe di vederlo sulla poltrona del direttore generale del Tesoro, attualmente affidata a Vincenzo La Via. Non manca nemmeno Monica Mondardini, amministratore delegato del gruppo editoriale L’Espresso , considerata la concorrente più accreditata di Caio alle Poste. Né, soprattutto, Lorenzo Simonelli, fiorentino, capo della General Electric Oil & Gas, sul quale Renzi punterebbe per dare un segnale di rinnovamento all’Eni con un cervello italiano quarantenne che rientra nel suo Paese dopo aver avuto successo all’estero. Le voci che lo riguardano sono sempre più insistenti.

Ma per ora, appunto, sono soltanto voci. Come quelle (tutte di parte, per la verità), che sottolineano la necessità di cambiamenti sì, ma soft. Per non turbare mercati e investitori. Così c’è chi si ostina a credere nella possibilità che qualche amministratore delegato con più di tre mandati alle spalle possa traslocare alla presidenza, e viene espressamente citato il caso di Sarmi, reduce dall’acquisizione di una quota dell’Alitalia e dell’operazione Poste in Borsa. Non sono da escludere delusioni cocenti.

Sergio Rizzo – Corriere della Sera – 4 aprile 2014 

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