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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Norme anti-vivisezione. «Continuare a usare animali in laboratorio è necessario e morale»
    Notizie ed Approfondimenti

    Norme anti-vivisezione. «Continuare a usare animali in laboratorio è necessario e morale»

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche2 Agosto 2013Nessun commento3 Minuti di lettura
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    «Evitare che provino dolore? Troppo vago» «Potevamo metterci al passo con l’Europa, invece facciamo un salto all’indietro». Augusto Vitale, 55 anni, segretario della Federazione europea di primatologia e membro dell’Expert working group della Commissione europea sui test di laboratorio, scorre le nuove norme sulla sperimentazione sugli animali e vede un futuro nebuloso: «Sono amareggiato. Si è persa una grande occasione».

    Come cambierà il vostro lavoro?

    «È un arretramento culturale. Per esempio vengono vietati gli “esperimenti che non prevedono anestesia o analgesia, qualora essi comportino dolore dell’animale”. È un concetto troppo vago. Che significa dolore dell’animale? Basta la puntura di un ago, oppure un elettrodo nel cervello? La direttiva europea in questo è più chiara, prevede quattro livelli di dolore. Il discorso è: fino a che punto sono accettabili diverse gradazioni di sofferenza anche in base a una valutazione dei costi e dei benefici?».

    La legge sembra appunto voler sancire il principio della tutela degli animali, a prescindere dai calcoli sui vantaggi.

    «Bisogna essere onesti intellettualmente su che tipo di carico etico ci mettiamo sulle spalle. Dobbiamo decidere se è moralmente giusto sperimentare sugli animali per il nostro benessere oppure no».

    E secondo lei è giusto?

    «Sì. Tuttavia anche se si assume che la sperimentazione è moralmente giustificabile, questo non esime chi la pratica dal cercare il benessere degli animali».

    Benessere? Non le sembra un controsenso?

    «Diciamo allora di limitare il loro malessere. Quando facciamo esperimenti di neurofisiologia, i primati vengono immobilizzati e gli vengono messi elettrodi nel cranio. Lo ammetto, è una scena orrenda da vedere, e non tanto per gli elettrodi perché gli animali non sentono niente, ma perché non sopportano lo stare fermi. Finché non troveremo valide alternative dobbiamo fare in modo che l’animale si fidi del ricercatore, si tranquillizzi. E migliorare la tecnica in modo che la seduta duri il meno possibile».

    E rinunciare definitivamente ai test?

    «La storia della biomedicina insegna quanto sono state utili e necessarie le sperimentazioni, dai progressi sui vaccini alle malattie neurovegetative. Penso alle cure sulla malattia di Parkinson, come i farmaci per limitare i tremori».

    La legge adesso vieta «l’allevamento di cani, gatti e primati non umani destinati alla sperimentazione». Mai più casi come Green Hill.

    «Sapete cosa accadrà adesso? Gli animali arriveranno dall’estero, con minori garanzie su come sono stati allevati, spendendo un sacco di soldi, sottoponendoli a un lungo viaggio. Un controsenso se pensiamo al loro benessere. È come decidere di non volere sul proprio territorio taniche radioattive ma accettare che siano piazzate appena oltre il confine. È un imbarbarimento».

    Almeno la parte che autorizza i test solo se finalizzati alla «salute dell’uomo» la ritiene un miglioramento?

    «Prendiamo ad esempio la ricerca sui neuroni specchio condotta dal professor Rizzolatti a Parma, uno dei più grandi successi nell’ambito delle neuroscienze tanto che si parla di possibile premio Nobel. Si tratta di esperimenti finalizzati ad altri test. Ecco, secondo la nuova legge, questo non sarebbe più possibile».

    Fine della ricerca?

    «Oppure, pur di continuare a lavorare, qualcuno sarà costretto a dichiarare il falso. La direttiva europea, al contrario, autorizza anche la ricerca di base, finalizzata ad accumulare conoscenza».

    Non vede alcun segnale positivo dalle nuove norme?

    «Va benissimo affrontare le questioni di principio. Ma in Italia manca una discussione seria, la sperimentazione viene affrontata con toni da tifo calcistico. E questo non ci porta lontano».

    IL Corriere della Sera – 2 agosto 2013 

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