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Norme anti-vivisezione. «Se gli animali sono simili a noi non infliggiamo atti che non accetteremmo»

 «Test crudeli e inutili scientificamente» «La sperimentazione è crudele, ma soprattutto non dà garanzie di validità scientifica. Le nuove norme sono solo un primo passo, ma io non disprezzo i piccoli progressi».

Valerio Pocar, 69 anni, risponde al telefono mentre sta innaffiando le sue rose. È abituato a fare più cose insieme: avvocato, docente di sociologia, ex presidente della Consulta di bioetica, ateo praticante e vegetariano, dall’anno scorso anche garante per la tutela degli animali del Comune di Milano.

L’Italia è andata più avanti rispetto all’Europa. Ha corso troppo?

«Ogni regola che limiti la sperimentazione è una buona regola. Il mio auspicio è che adesso si dedichino tempi e denari a cercare metodi alternativi».

In attesa di trovarli, non è giusto continuare i test se possono aiutare la scienza e salvare vite umane?

«Non c’è nessuna ragione comprovata per continuare a effettuarli. Si fanno perché per tradizione è così, ma le motivazioni sono molto fragili. Sempre più sono gli scienziati che riconoscono la fallacità del metodo, che si rifiutano di utilizzarli non solo per motivi morali, ma perché i risultati non sono convincenti».

Gli scienziati sostengono il contrario.

«Se gli animali fossero esseri diversi dagli uomini allora non avrebbe senso sperimentare su di loro. Ma se sono così simili a noi allora perché compiere su di loro atti che su di noi non accetteremmo? È questo il vero paradosso».

I contrari alla legge sostengono che è da ipocriti vietare allevamenti come Green Hill in Italia ma consentire l’uso di animali che arrivano dall’estero. Costerà molto di più e darà meno garanzie.

«La ricerca avviene soprattutto in campo farmacologico, e si tratta di aziende che di soldi ne hanno tanti. Quanto a Green Hill, vedendo come erano tenuti i beagle è difficile immaginare condizioni molto peggiori. Pensate che le cagnoline fattrici non avevano mai visto l’erba, non erano mai andate all’aperto. Se questa è una situazione accettabile, allora io in questi anni non ho capito niente».

In ogni caso, vietare gli allevamenti in Italia aggira il problema, ma non lo risolve.

«È vero, è soltanto una prima vittoria ma non cambia niente. Se gli animali sono allevati in Germania non è diverso. Io avrei preferito una moratoria delle ricerche, in attesa del ritrovamento di metodi sostitutivi. Ai quali adesso si dedicano troppe poche risorse».

Limitare i test soltanto a quelli finalizzati «alla salute dell’uomo» non spingerà i ricercatori a essere meno sinceri?

«L’hanno sempre fatto. Anche la legge precedente autorizzava soltanto le ricerche assolutamente essenziali, sulle base di autocertificazioni. Va benissimo la propria dichiarazione se si attesta la data di nascita, è inconcepibile in questioni che riguardano la morale».

Lei è vegetariano, le chiedo: come si fa a battersi per fermare le sperimentazioni e nello stesso tempo continuare a cibarsi di carne che viene da animali allevati in batteria?

«In effetti questa è una contraddizione. Molti si commuovono per alcune bestiole, ma non delle sorti di altre destinate alle tavole».

Non trova più «morale» il lavoro di un ricercatore che utilizza gli animali per uno scopo nobile?

«Assolutamente d’accordo. Lo scienziato in buona fede, anche se fa qualcosa di sbagliato, se non altro ha una giustificazione. Mangiare animali non è necessario ed è anche dannoso, per i disastri ecologici e il dispendio di risorse che comporta. Ma il consumo di carne appartiene alla tradizione e così viene meno percepito come un male. Per fortuna non da tutti».

Riccardo Bruno – Corriere della Sera – 2 agosto 2013 

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