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Regione. Nuova legge elettorale. Governatore eterno, blitz di maggioranza e a sorpresa sparisce il limite di due mandati

Zaia forever . E tanti complimenti alla Lega, sempre più egemone in un Veneto che le appartiene e che i suoi avversari sembrano ormai aver dato irrimediabilmente per perso (il Pd, fiaccato da un impietoso storico elettorale, ma anche il Movimento Cinque Stelle, che pur rampante a livello nazionale qui ha rinunciato a giocarsela in partenza, come dimostrano le scelte recenti di Luigi Di Maio, per esempio a Vicenza).

Con abile mossa, grazie ad un’opposizione arrendevole (la manovra ostruzionistica è stata ritirata nelle prime ore del primo giorno, senza colpo ferire) e ad alleati indifferenti (ci rimettono e poi vedremo perché, ma non hanno nulla da ridire) il Carroccio si avvia ad approvare una legge elettorale che gli permetterà di vincere col suo campione di qui al 2068, sempreché non si verifichi chissà quale sconvolgimento in grado di cambiare il quadro politico (ma è difficile immaginare uno sconvolgimento più sconvolgente del Mose, che quanto agli equilibri tra i partiti non ha sconvolto proprio alcunché).

La novità di ieri, inaspettata perché non prevista nella proposta scritta dalla maggioranza, né in quelle dell’opposizione, né nel testo uscito dalla commissione Affari istituzionali e approdato in aula, mai discussa prima, è l’eliminazione del limite dei due mandati per il presidente, gli assessori e i consiglieri regionali. Un emendamento che riporta le lancette dell’orologio indietro di 6 anni, al 2012, quando lo stesso consiglio che oggi vota per la ricandidatura ad libitum (con 29 voti a favore su 51) si autoimpose (all’unanimità) il limite di dieci-anni-e-stop. Una norma che fu giustamente salutata come un’innovazione senza precedenti in Italia, voluta per riavvicinare la politica alla gente, eliminare i «professionisti della politica», favorire il turnover a Palazzo Ferro Fini, evitare l’incancrenirsi di posizioni che possono generare distorsioni del sistema. Bene, tutte queste motivazioni devono essere venute meno, anche se non si capisce bene perché. Evidentemente il consiglio di allora, in cui pure sedevano molti dei consiglieri di oggi, si è sbagliato. E si è sbagliato anche il governatore Luca Zaia, che avrebbe subìto il limite dal 2025 (al prossimo giro, il 2020, si sarebbe potuto ricandidare comunque perché la legge era efficace da questo mandato) ma ciò non di meno ha sempre rivendicato d’esserne l’ispiratore, tanto che un paio di mesi fa, ospite di Antenna Tre, arringava i telespettatori: «I grillini? Sono i miei discepoli. Dicono di voler introdurre il limite dei due mandati in parlamento ma noi in Veneto lo facciamo dal 2012… benvenuti!». Non è l’unica discrasia tra il presidente e la sua maggioranza: nei giorni scorsi, commentando lo stallo a Roma, Zaia ha detto che «il parlamento dovrebbero adottare la legge dei sindaci, funziona bene e piace ai cittadini»; in consiglio, però, la sua maggioranza ha bocciato tutte le proposte della minoranza di applicare la stessa legge in Regione. Mah.

Tant’è, i Cinque Stelle ieri hanno protestato («Se non ci fosse stata la magistratura forse oggi in Regione avremmo ancora Galan e Chisso, vanno posti dei limiti» dice Erika Baldin) mentre il dem Stefano Fracasso è sbottato: «La norma rispondeva al pregiudizio per cui nelle assemblee facciamo regole che ci consentono di autoriprodurci per anni. Era un modo per distinguersi da Roma, che la Lega invoca sempre come cattivo esempio». Da Lega e Lista Zaia silenzio, a difendere la scelta sono l’indipendentista Antonio Guadagnini («Il limite ai mandati non esiste al mondo, ce l’abbiamo solo noi e il Friuli Venezia Giulia») e il forzista Massimo Giorgetti: «La scelta di fare politica non va criminalizzata, non scordiamoci che è con l’esperienza che si acquisisce la competenza da mettere poi al servizio delle istituzioni». Duro, di rimando, il centrista Marino Zorzato: «Volete farlo? Fatelo. Ma almeno ammettiamo che stiamo facendo una cosa per noi, per la Casta».

A rendere roseo l’orizzonte per Zaia e la Lega ci sono poi altri punti della legge, già emersi in commissione. Su tutti, il premio di maggioranza che assegna il 60% dei seggi a chi ottiene più del 40% dei voti: nel 2015 la Lista Zaia ottenne il 23,1% e la Lega il 17,8%; totale 40,9%. E i sondaggi oggi sono perfino più favorevoli. Ciò significa che se tre anni fa, con le nuove regole, per la coalizione di centrodestra sarebbe cambiato poco nulla (un consigliere in meno all’opposizione, sponda Veneto Civico, uno in più alla maggioranza, sponda Siamo Veneto) nel 2020 il governatore e il Carroccio potrebbero tranquillamente far da sé, mollando al binario Forza Italia, Fratelli d’Italia e indipendentisti, che però né in commissione né in aula hanno avuto nulla da ridire.

E ancora, è data per scontata la rimozione dell’incompatibilità tra consigliere regionale e consigliere comunale (circostanza che consentirebbe ai leghisti Ciambetti e Barbisan di candidarsi il 10 giugno rispettivamente a Vicenza e Treviso) e la maggioranza sembra voler tirare dritto anche sulla possibilità per il presidente di candidarsi, con evidente effetto traino, in tutte le sette province. Non solo: un emendamento vuole estendere la pluricandidatura pure ai consiglieri. Insomma, la Lega punta a fare cappotto. Cosa chiede in cambio la minoranza? La presidenza della commissione di Vigilanza. «E va bene – hanno sospirato i leghisti – ma cercate di non esagerare…».

Il Corriere del Veneto – 17 maggio 2018

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