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Nuova Pac, dalla Ue controlli più rigidi sulle scelte nazionali. Per Bruxelles flessibilità senza sconti

Le opzioni.  «Il nuovo sistema è più equo, ora gli Stati membri hanno la responsabilità di non aggravare la burocrazia penalizzando gli agricoltori»

«Non è una riforma à la carte, ma una riforma flessibile, che tiene conto delle esigenze di 28 Stati membri con sistemi produttivi molto diversi tra loro. Una cosa però è certa: la Commissione europea vigilerà sulla corretta applicazione della riforma e sul rispetto degli obiettivi comuni: equità e trasparenza nella distribuzione degli aiuti». A Roma per il vertice Fao sulla volatilità dei prezzi, il commissario Ue all’Agricoltura, Dacian Ciolos, fa il punto sul dopo-riforma Pac. Non vuol sentire parlare di rinazionalizzazione della prima politica comune europea; anche se la critica più frequente (tra le tante) è sempre la stessa: troppa discrezionalità ai singoli partner nella distribuzione della ancora ricca torta dei sussidi Ue, e troppa burocrazia, vista la complessità delle nuove regole.

Lo ha ribadito anche a tutte le associazioni agricole, incontrate all’indomani del vertice Fao: «La riforma offre agli Stati membri un ampio ventaglio di opzioni applicative, per adattarla al meglio alle singole realtà, ma i criteri comuni sono chiari e soprattutto facilmente verificabili; non ci saranno sconti sulla loro corretta applicazione». La convergenza, il riavvicinamento degli aiuti tra vecchi e nuovi partner e tra le singole aziende, resta il cuore della riforma. «Il criterio storico di distribuzione dei fondi non era più accettabile – spiega Ciolos –; ma per arrivare a un pagamento il più possibile uniforme servirà una certa gradualità. Entro il 2019 nessun agricoltore dovrà percepire aiuti al di sotto del 60% della media nazionale o regionale. Gli Stati membri inoltre possono scegliere di limitare le eventuali perdite delle singole aziende al 30%». In Italia l’aiuto medio, con la riforma a regime, sarà di circa 300 euro a ettaro, con un budget nazionale ridotto dagli attuali 4,2 miliardi a 3,7 circa.

«Nel raggiungere quest’obiettivo gli Stati membri hanno la responsabilità – sottolinea Ciolos – di non aggravare gli oneri burocratici a carico degli agricoltori che non devono essere penalizzati con inutili complessità. Verificheremo attentamente le singole scelte che devono essere prese nella massima trasparenza e con il coinvolgimento dei soggetti interessati». La prima sarà la definizione della figura dell’«agricoltore attivo» al quale riservare i premi, con una lista di soggetti «non agricoli» esclusi dai sussidi europei dopo gli scandali degli ultimi anni denunciati dalla Corte dei conti Ue con premi a favore di compagnie ferroviarie, aeroporti, circoli di equitazione e campi da golf. Ma ce ne sono tante altre, dai requisiti ambientali (obbligo di diversifcare le colture, ma non per tutti) al regime semplificato per le piccole imprese, il livello di aiuti accoppiati, e le agevolazioni per le aree marginali. Anche sul possibile tetto agli aiuti il cerino torna nelle mani degli Stati membri, che ne avevano chiesto la volontarietà. Alla fine è passato il compromesso di un prelievo del 5% sui premi oltre i 150mila euro annui (anche questo però può essere evitato scegliendo un diverso pagamento redistributivo). Ciolos è comunque convinto che «questa riforma ci permetterà di continuare a produrre prodotti di qualità in modo sostenibile anche tra 50 anni».

Il definitivo addio ai sussidi all’export è stato invece ricordato dal commissario al vertice Fao per chiedere «reciprocità» agli altri paesi: «Da tempo abbiamo rinunciato allo strumento delle sovvenzioni che creano distorsioni sul mercato e vorremmo che i nostri partner Wto facessero lo stesso». Ma per ora (quasi) nessuno lo fa.

Il Sole 24 Ore – 12 ottobre 2013 

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