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Nuove Casse di previdenza, pensioni da rafforzare. Più contributi, uso dei rendimenti e assistenza sono le tre strade per far crescere gli importi

Aumento dei contributi, più risorse per l’assistenza e rivalutazione dei versamenti in base ai rendimenti del patrimonio. Sono le tre mosse su cui puntano le Casse di previdenza privata – nate nel 1996 con il sistema di calcolo contributivo puro – per far lievitare le mini-pensioni erogate oggi.

Dopo 20 anni di versamenti, il trattamento medio di vecchiaia è ben al di sotto della pensione minima prevista con il sistema retributivo (con il contributivo non c’è alcuna alcuna integrazione al minimo): si va dai 68 euro mensili per gli agrotecnici a un “massimo” di 274 euro dei periti industriali.

La platea e gli assegni

Sono 205.621 i professionisti iscritti alle nuove Casse. I pensionati sono appena 12mila. I più numerosi sono gli infermieri (62mila), seguiti dagli psicologi (51mila). Gli iscritti sono sempre liberi professionisti e non lavoratori subordinati.

Finora queste Casse hanno raccolto un patrimonio, soprattutto mobiliare, di 1,7 miliardi (quasi 8mila euro per iscritto).

Le pensioni sono basse per tre motivi: la breve durata del periodo contributivo (già dopo cinque anni si può riscuotere l’assegno, avendo i requisiti d’età), i ridotti volumi d’affari degli iscritti e la frequente presenza di altri redditi previdenziali.

A meno di interventi correttivi, gli assegni non cresceranno molto, anche se proiettati su una vita lavorativa (e contributiva) più lunga. Per i biologi, le proiezioni a fine carriera non sono confortanti: l’Epab calcola che anche con un reddito di 131mila euro e 41 anni di versamenti il tasso di sostituzione (cioè il rapporto tra la pensione e l’ultimo reddito), senza ulteriori interventi sarà del 34 per cento.

Anche per gli psicologi lo scenario è cupo: per un iscritto con con 35 anni di attività e un reddito “a parabola” (6.500 euro all’inizio, 19.500 euro alla fine e lievemente più alto tra 45 e 60 anni), contribuzione minima (10% del reddito) e rivalutazione dei montanti legata al Pil, il tasso di sostituzione sarebbe del 18-22 per cento. Per far salire questa percentuale al 46-54% servirebbe la contribuzione massima (20%) e una rivalutazione dei montanti del 3% annuo.

I rimedi

Praticamente in tutte le Casse cresce la spesa per l’assistenza: oltre alle pensioni, gli enti erogano prestazioni a sostegno dell’attività professionale (ad esempio per i giovani) o degli anziani non autosufficienti. «Per i giovani, la cassa dei biologi si fa carico di 250 borse di studio per un progetto di salute alimentare nelle scuole e di numerosi tirocini in istituti specializzati», spiega Tiziana Spallone, neopresidente dell’Epab, che dal 2014 al 2015 ha raddoppiato la spesa per welfare fino a 1,5 milioni l’anno.

L’Enpap (psicologi) versa assegni ai pensionati non autosufficienti, che possono arrivare a 12mila euro lordi l’anno, ma anche contributi per situazioni emergenziali. Particolare attenzione ai giovani e alle donne: «Il 70% degli iscritti ha meno di 45 anni – dice il presidente Felice Damiano Torricelli – e l’82% sono donne. Per questo stiamo puntando sulla formazione e su aiuti che permettano di ampliare il mercato e riformulare la loro carriera».

Un’altra carta giocata dalle Casse, oltre all’aumento del contributo soggettivo, è l’uso di una parte del contributo integrativo (addebitato al committente nelle parcelle) per ampliare i montanti (la “dote” su cui si calcola la pensione degli iscritti). È la strada percorsa dai biologi e dai periti industriali dell’Eppi nel 2012 e 2013. «Se il 50% del contributo integrativo fosse destinato a regime all’aumento dei montanti contributivi degli iscritti – spiega il dg dell’Eppi Francesco Gnisci – sui 50 anni il tasso di sostituzione arriverebbe al 48%». Anche gli infermieri hanno deciso di destinare ai montanti il 50% del contributo integrativo.

Un’altra soluzione che si sta facendo largo (a fatica) è la possibilità di rivalutare i montanti contributivi non più solo con la media quinquennale del Pil (ora ferma allo 0,5051%) ma di usare, in parte, anche il «gruzzoletto» che deriva dai rendimenti patrimoniali, in particolare per le Casse più virtuose. A fare da apripista sono stati gli agrotecnici dell’Enpaia, che hanno dovuto ricorrere fino al Consiglio di Stato per superare le riserve della Giustizia (si veda il Sole 24 Ore del 7 maggio).

L’Enpap ha avuto l’ok ministeriale all’uso dei rendimenti effettivi degli investimenti ad aprile: per il 2015 la rivalutazione dei montanti è stata così del 2,97% contro lo 0,50% Istat. Il rendimento degli investimenti finanziari (al netto della riserva e delle tasse) si è tradotto perciò in un aumento dei risparmi contributivi: per un montante di 100mila euro la rivalutazione stabilita dal Pil avrebbe determinato un aumento di soli 505,80 euro, contro i 2.970,80 euro di quella basata sui rendimenti. Anche l’Enpapi (infermieri) ha deciso di far c0sì: il via libera ministeriale è atteso in questi giorni e il nuovo meccanismo scatterà dal 2016. «Bisognerà vedere quali saranno i rendimenti netti – dice il presidente Mario Schiavon – comunque abbiamo un accantonamento di 30 milioni che finora non abbiamo potuto utilizzare a questo scopo».

Il peso del fisco

I rendimenti delle Casse hanno subìto comunque un pesante aumento della tassazione, passata nel 2015 al 26%. «Un’evidente iniquità – secondo il presidente dell’Epap Stefano Poeta – se si considera che i rendimenti sugli investimenti operati dai fondi pensione sono passati dall’11 al 20%».

Il sole 24 ore – 16 maggio 2016 

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