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Nuove regole per il Parco della Lessinia. Ambientalisti pronti alla battaglia legale. Legambiente: a rischio i finanziamenti. I sindaci: troppe aree private su cui è difficile intervenire

Sindaci a favore, ambientalisti contrari. E, proprio dalle associazioni potrebbe arrivare, con il nuovo anno, una risposta in tribunale, sotto forma di un ricorso al Tar contro le modifiche alla legge istitutiva del parco della Lessinia. La stessa che, qualche giorno fa, con una larga maggioranza (forze di governo più gran parte dei «tosiani») è stata cambiata nella parte che riguarda i confini dell’area protetta. Una proposta lanciata da un consigliere molto noto sul territorio, Stefano Valdegamberi (eletto a Palazzo Ferro Fini con la lista Zaia) il quale ha calcolato sicuramente il supporto dei primi cittadini su questo tema.

L’area del parco viene ridotta di circa il 40%: le zone che ora ne sono parte integrante, quelle classificate come «silvo-pastorali» (leggi: boschi e pascoli) diverranno aree «contigue di pre parco», con vincoli molto ridotti. Non si è fatta attendere la reazione di Legambiente, che vigila sulle questioni legate al parco regionale da anni, in particolare da quando è scoppiato il caso lupo. Per gli ambientalisti, la proposta di Valdegamberi è «un pasticcio per avere qualche consenso in più, peraltro copiata da un emendamento proposto originariamente per i Colli Euganei, che è stato sonoramente bocciato dal territorio in questione». «Il Parco, per la Lessinia, significa soldi – fa sapere il vicepresidente Lorenzo Albi – nessuna richiesta di finanziamento è stata negata dalla sua istituzione: riducendolo non si tuteleranno agricoltori, allevatori e le attività economiche tradizionali, ma si farà l’esatto opposto». Soprattutto, secondo Legambiente, non si aiuteranno i locali con la caccia di selezione, proposta per ridurre il numero dei cinghiali. «Ma Valdegamberi sa cos’è? – si chiede Albi – Si tratta di programmare una attività venatoria selettiva al fine di gestire la popolazione di una determinata razza, garantendo il mantenimento della densità fissata in precedenza. È un prelievo ponderato, che rispetta determinate caratteristiche e quantità prefissate. Un’attività con regole e piani». Critico anche l’architetto paesaggista Alberto Ballestriero, tra i fondatori dell’osservatorio territoriale di Verona Polis. «Dicono di voler cacciare il cinghiale – fa sapere – ma l’obiettivo ultimo sembra essere il lupo, la cui presenza continua ad essere mal digerita da qualcuno nonostante i recenti provvedimenti (reti elettriche, cani da guardiania) stiano cominciando a funzionare. C’è un’alleanza tra cacciatori e agricoltori, in questo senso, nonostante i primi siano i responsabili dell’introduzione dei tanto odiati cinghiali». D’accordo con i nuovi confini, invece, i sindaci del territorio. A cominciare da Lucio Campedelli, di Erbezzo, uno dei comuni più interessati dalla presenza del parco. «La proposta risponde a esigenze pratiche – spiega – dopotutto il parco copre quasi totalmente superficie private, sui cui è difficilissimo intervenire. I lupi? sono già protetti dalla legge nazionale, che stiano dentro o fuori un parco naturale non cambia nulla». «La verità – aggiunge Mario Varalta, sindaco di Velo – è che la presenza del parco non è vissuta bene dagli operatori locali: ci sono troppe restrizioni».

Davide Orsato – Il Corriere del Veneto – 23 dicembre 2016 

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