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Nuovi e vecchi Pfas all’orizzonte. Presenza del composto fluorurato C6O4 nel Po in Polesine, un “segnale” che non va sottovalutato

Con il comunicato stampa della Regione Veneto del 16 aprile, viene portata l’attenzione sulla presenza di un nuovo composto fluorurato, il C604, nelle acque superficiali interne del Polesine (Fiume Po), ritrovamento che  pone alcuni interrogativi sulla origine e provenienza di tale composto non in vicinanza di un sito industriale.

La consultazione della banca dati ECHA, permette di avere alcune informazioni atte a dipanare la matassa, e a prospettare un opportuno approfondimento della situazione, anche alla luce dei documenti REACH e Regolamenti comunitari, che riguardano il PFOA e composti correlati da cui può derivare il Pfoa.

Nell’immagine accanto: formule, tratte dal portale ECHA,  relative al C604 in forma di sale potassico, quale composto perfluorurato multi-componente

 

Il portale ECHA e il C6O4

Con il nome commerciale C6O4 si intende di fatto una sostanza multi-componente riferita al composto Ammoniodifluoro{[2,2,4,5-tetrafluoro-5-(trifluoromethoxy)-1,3-dioxolan-4-yl]oxy}acetato, che risulta registrato da Solvay e Miteni presso ECHA nell’ambito del Regolamento REACH in tre forme: base (Miteni, Solvay), acido (Miteni, Solvay), e come sale di potassio (Solvay). Alle tre forme corrispondono tre numeri CAS differenti e i relativi dossier di registrazione.

Tali dossier di registrazione risalgono al 2011, con le ultime revisioni datate 2018: sono stati presentati dalle Ditte, e contengono le informazioni fisico, chimiche, tossicologiche, e di utilizzo del C6O4. L’utilizzo risulta fondamentalmente confinato al sito industriale quale intermedio per la produzione di fluoro-polimeri.

Essendo di fatto il C6O4 un intermedio per la sintesi di altri composti fluorurati più complessi, le quantità prodotte ogni anno negli stabilimenti (si ricorda che la Solvay ha un importante sito di sintesi di PFAS nello stabilimento di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria) non sono riportate.

 

L’esempio del PFOA e dei composti correlati

Tuttavia, la sua presenza ambientale, probabilmente come contaminante tecnico presente in prodotti di consumo quali plastiche e gomme contenenti fluoro-polimeri è di sicuro un evento sentinella per considerare la presenza ambientale di questi ultimi, e soprattutto il significato tossicologico, laddove si ricorda il che il fluoropolimero più conosciuto, il Teflon costituisce uno dei principali precursori del PFOA.

Pertanto, non ci troviamo di fronte ad un nuovo composto, piuttosto ad un composto che indirizza l’attenzione sulla necessaria identificazione di fluoropolimeri e telomeri, specie se precursori di PFAS a rilevante interesse tossicologico, quali PFOA e PFOS, in primis, ma non a titolo esclusivo, come già rappresentato in precedenti redazionali su questo sito. In questo, una più precisa raccolta di informazioni dei fluoropolimeri prodotti utilizzando C6O4, e dei campi di utilizzo sarebbe quantomeno auspicabile.

Il Regolamento 2017/1000, che riguarda la sostituzione/riduzione nell’utilizzo del PFOA nella produzione di beni di consumo, è chiaro nell’estendere il campo di applicazione ai suoi sali e alle sostanze correlate al PFOA. Con la terminologia sostanze correlate del PFOA si intendono tutti i fluoro-polimeri e –telomeri in grado di rilasciare quale monomero il PFOA.

Nel documento di sostegno dell’ECHA (2018) che riguarda l’inserimento del PFOA stesso tra le sostanze a preoccupazione molto alta (SVHC), è presente un dettagliato elenco dei principali derivati/precursori da cui può derivare il PFOA, quali ad esempio il Teflon.

Il concetto di sostanza correlata presente nella legislazione europea, è stato fatto proprio dalla Regione Veneto nella nota del 15 Novembre 2017 numero 477961, relativa ai limiti di PFOS E PFOA e derivati nei depositi di rifiuti e a fanghi ed effluenti conferiti da attività manufatturiere che utilizzano PFAS.

Tuttavia, tale nota non conteneva prescrizioni sui metodi di analisi da eseguire per la identificazione e quantificazione di tali sostanze correlate, né tantomeno risultava aggiornata con la ricerca di PFAS quali GenX e C604, di cui esisteva già una conoscenza di utilizzo.

Questo porta a sottolineare come una azione  efficace di monitoraggio dei PFAS non può prescindere da un approfondito censimento delle molecole prodotte ed utilizzate sul territorio, come peraltro già raccomandato da OCSE.

 

Lo sviluppo di metodi di analisi adeguati alla complessità dei PFAS

All’estero, in materia di sostanze PFOA/PFAS correlate, ormai si utilizza ampiamente il protocollo Total Organic Fluorine-TOF , in grado, mediante la degradazione ossidativa di fluoro-polimeri e fluoro-telomeri, di ricondurre le analisi alla presenza di PFOA e di altri PFAS di interesse tossicologico quali unità monomeriche. Rispetto alle poche decine di PFAS oggi dosabili analiticamente, si pensa che il contenuto totale di fluoro organico possa essere dal 70% al 90% maggiore, quantomeno all’uscita dei reflui dei depuratori civili.

Tali approcci sulla presenza di sostanze correlabili con il PFOA e con altri PFAS di interesse tossicologico è anche alla base dei limiti proposti dalla Commissione e dal Parlamento Europeo per quanto riguarda la potabilità delle acque, dove viene proposto un limite totale ai PFAS che abbiano un interesse tossicologico. E in questo non ci si può esimere da considerare le sostanze correlate ai PFAS per cui è disponibile una adeguata caratterizzazione tossicologica ai fini ambientali, alimentari e di salute umana.

Conclusioni

Concludendo, se l’utilizzo del C604 può essere sicuramente circoscritto ai siti produttivi, la presenza ambientale di un siffatto composto può ragionevolmente ascriversi al rilascio ambientale di fluoropolimeri in cui C6O4 è un contaminante di processo, da parte dei comparti manufatturieri che fanno utilizzo di tali PFAS polimerici , e in generale da altri siti di pressione antropica, quali aeroporti, caserme dei vigili del fuoco, impianti militari, discariche non a tenuta, fanghi di depurazione in agricoltura, che, in base alle evidenze scientifiche, risultano essere un fattore importante nel rilascio ambientale di PFAS complessi. In questo, la caratterizzazione dell’origine e provenienza dei fanghi utilizzati in Polesine in agricoltura, va quantomeno considerata, anche alla luce della cronaca giudiziaria. Tutto questo potrà avere in futuro un impatto sulla Politica agricola comunitaria, laddove i premi verranno conferiti sui requisiti di sostenibilità e qualità ambientali del territorio/distretto in cui si svolgono le pratiche agricole e zootecniche.

 

Allegati:

Nota Regione Veneto n. 477961 del 15.11.2017

Regolamento Ue 1000 13 giugno 2017

ECHA Pfoa conclusioni

 

(riproduzione ammessa solo citando la fonte – testo raccolto a cura della redazione)

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