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Nuovi equilibri nelle Regioni. Aria di rimpasto in Lombardia. Gli alfaniani: più assessori al Pirellone

Marco Bresolin. C’era un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui Silvio Berlusconi agitava i vessilli delle giunte regionali come minaccia: se la Lega non si allea con noi, faremo cadere le amministrazioni locali. Ecco, oggi la situazione è cambiata totalmente.

E forse è il caso di tenersi stretto gli «amici». Quelli della Lega, certo. Ma anche e soprattutto quelli di Nuovo Centrodestra. Se a livello nazionale l’ordine è «nessuno strappo» con gli «alfaniani», il diktat vale ancora di più a livello locale. Altrimenti c’è il rischio che venga giù tutto.

«Dobbiamo restare amici»

Il centrodestra guida sette Regioni. Tre di queste hanno un presidente leghista, tre un fedelissimo del Cavaliere e una sola – la Calabria – ha un governatore passato con il Nuovo Centrodestra: Giuseppe Scopelliti. Ma in (quasi) tutte ora gli equilibri di maggioranza sono cambiati. Ufficialmente l’alleanza con «gli amici di Forza Italia» – come li ha definiti Paolo Romano, presidente del consiglio regionale campano, che è passato nella squadra degli alfaniani – non è in discussione. Ma potrebbe essere l’occasione per far valere il proprio peso e quindi battere cassa.

Maroni sotto pressione

È il caso della Lombardia, dove è già arrivata la più classica delle richieste: rimpasto. Su 19 consiglieri dell’ormai ex Pdl, 9 hanno seguito Roberto Formigoni: i 7 vicini a Comunione e Liberazione, più altri due. Il guaio è che su sette assessori ex Pdl della giunta Maroni, solo uno di loro – il medico Marco Melazzini – sta con il Nuovo Centrodestra. Per Roberto Formigoni, la cui giunta cadde un anno fa proprio per mano della Lega di Maroni, l’occasione di una rivincita è ghiotta: «Guarda guarda cos’è successo alla Regione Lombardia – ha subito buttato lì la provocazione su Twitter – 9 su 19 consiglieri del vecchio Pdl sono entrati in Nuovo centrodestra. Che succederà?». Già, che succederà? Mario Mantovani, plenipotenziario del Pdl in Lombardia e vice di Maroni, taglia corto: «Gli assessori li nomina Maroni». E il capogruppo leghista Massimiliano Romeo assicura: «Nessun rimpasto, a marzo si farà una verifica come già previsto da tempo». Ma gli alfaniani, che in linea teorica avrebbero i numeri per lasciare il governatore senza maggioranza, chiedono «pari dignità in giunta». Anche nei consigli di Piemonte e Veneto, altre due regioni a guida leghista, la spaccatura tra Forza Italia e Nuovo Centrodestra è grossomodo al 50 percento. Anzi, nella regione di Zaia, Forza Italia è in minoranza. In entrambe le giunte, però, c’è un’adeguata rappresentanza: 3 assessori a Torino e almeno un paio sicuri (più altri due-tre indecisi) a Venezia, tra cui Massimo Giorgetti che ha seguito nella nuova esperienza il fratello Alberto, sottosegretario all’Economia.

I timori di Scopelliti

L’unico governatore che ha aderito al Nuovo Centrodestra è Giuseppe Scopelliti, seguito dalla sua vice Antonella Stasi. Ma circa la metà degli ex consiglieri del Pdl è rimasta fedele a Berlusconi, così come l’assessore Tallini. «Sono quello che rischia di più» ha detto Scopelliti ai 400 amministratori locali che ha radunato subito dopo lo strappo di Alfano, dicendosi però sicuro di avere «una maggioranza compatta e unita». È ciò che spera pure Stefano Caldoro, governatore campano, rimasto fedele a Berlusconi in una regione attraversata dalle frizioni tra le varie anime del defunto Pdl. Per ora in pochi sono usciti allo scoperto, ma le varie «bande» che fanno capo ai big locali potrebbero organizzarsi e fare qualche sgambetto.

Sardegna compatta

Caso unico, nel panorama nazionale, è quello della Sardegna. L’adesione a Forza Italia è stata unanime e anche il governatore Ugo Cappellacci – fino a qualche giorno fa vicino ad Alfano – è rimasto sotto il tetto di Silvio. Il presidente può così vantare su una maggioranza granitica che lo accompagnerà alla campagna elettorale del 2014, quando cercherà la riconferma. Perché se gli alfaniani hanno un progetto a lungo termine, Cappellacci punta invece al futuro prossimo. E lì, evidentemente, il brand Berlusconi è ancora quello che funziona di più.

Il Sole 24 Ore – 18 novembre 2013 

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