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Omicidio psichiatra. Lorenzin vada da Saccomanni, non da Alfano, e chieda deroga a blocco del turn over

Non sarà l’ordine pubblico a risolvere il problema della violenza contro gi operatori sanitari.  Ma solo delle ragionevoli politiche sanitarie. Lorenzin, invece di andare da Alfano vada da Saccomanni  e chieda la deroga del blocco del turn over per questi servizi. Per evitare nuove “catastrofi”.  

Bari: uccisa da un malato a coltellate una psichiatra. Follia e dipendenze hanno ucciso il loro rimedio. Il  senso di questa “catastrofe”  non è il “non senso”, come pensano i fatalisti e i  burocrati, ma il conflitto quasi tra la sofferenza umana,  che rende persino mostruosi, e la fragilità comunque dei nostri servizi. Il rimedio è morto come tradito dal suo malato. Ma quel malato “catastrofico” ha effettivamente tradito o semplicemente non ha fatto altro che essere fino in fondo tragicamente  se stesso?

O ancora ha tradito perché le circostanze  non  hanno  impedito la “catastrofe”? Se sì, quali circostanze avrebbero potuto impedirla?  Si dice  che quel malato non era nuovo a comportamenti aggressivi e a minacce…e si ipotizza che  il suo fosse un comportamento “catastrofico”  prevedibile. Ma in che misura e a quali condizioni  la follia, quando si mischia con la dipendenza,  è prevedibile? Non esiste una metodologia di prevenzione della follia, meno che mai delle linee guida e neanche un esercito di vigilantes può impedire che qualcosa di tragico avvenga. L’unico modo per prevenirla è tentare di curarla con la presa in carico per la quale ci vogliono delle organizzazioni giuste, degli operatori  preparati  certo, ma anche sufficienti, delle risorse anche se minime. E anche quando tutto è a posto qualcosa scappa comunque.

Questi malati “catastrofici” non uccidono solo gli altri ma  a volte uccidono anche se stessi. In entrambi i casi per un servizio è un terribile fallimento, una “catastrofe” per l’appunto. In una organizzazione sufficientemente ragionevole gli operatori sanno gestire i vari generi di catastrofi, è il loro mestiere. Ma cosa significa di questi tempi una organizzazione ragionevole? In  alcune Regioni per problemi  di risparmio hanno accorpato la salute mentale con la dipendenza, eppure sono problematiche molto diverse: è una organizzazione ragionevole? Se i dipartimenti hanno gli organici  decimati come avviene la presa incarico? Non mi sogno di imputare l’omicidio di Paola a delle cause lineari e meno che mai di specularci sopra per dire, come  qualcuno ha detto, che la crisi economica accentua quella delle fragilità (ma già Durkheim lo aveva detto per il suicidio) e meno che mai mi sogno di trovare le soluzioni con la stessa logica, magari mettendo dei metal detector all’ingresso dei servizi o  includendo nel setting terapeutico  un corpulento vigilantes con la pistola o il manganello, ma la morte di Paola non può essere, a causa della sua complessità fenomenologica,  inintellegibile.

E’ una “catastrofe” che coemerge da tante piccole catastrofi, cioè delle discontinuità, misteriosamente interconnesse che si rivelano  apparentemente  a causa di qualcosa o di qualcuno, ma che in realtà rivelano  malesseri profondi e quindi strani legami tra la follia delle persone e la follia dei sistemi. Oggi i servizi per le dipendenze  e per la salute mentale  non se la passano per niente bene, gli operatori sono demoralizzati, esposti  a rischi tutti i giorni  e i malati  che loro tentano di curare  appaiono sempre più smisurati rispetto alle loro forze reali.

La morte di Paola  ha  impressionato l’opinione pubblica per la sua inusitata violenza, molto meno per  la complessità quasi imperscrutabile della “catastrofe” che essa è, e  per questo mi preoccupa  la reazione burocratica quindi semplificatoria che  ha innescato, cioè il  ritorno alla vecchia logica dell’ordine pubblico da difendere. Vendola, il governatore della Puglia,  parla esplicitamente di “materia di pubblica sicurezza” e di “comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica”, inseguendo la “catastrofe” con improbabili logiche controfattuali  (“abbiamo il dovere di chiederci se….tutto ciò che si doveva fare  sia stato fatto e non sia possibile fare di più”). Quell’anima bella della ministra Lorenzin vuole parlare con il ministro degli interni Alfano per fare una “valutazione congiunta del fenomeno al fine di prevenire il verificarsi di simili episodi”. Come se le catastrofi fossero  riducibili a  episodi. L’assessore alla sanità delle Puglia, Elena Gentile, sulla stessa lunghezza d’onda ,convoca i DG delle aziende “per fare il punto sulla sicurezza delle strutture” e decide, con una discutibile  logica dell’emergenza,  di accorpare  ben 45 servizi  per “presidiarli”.

Rispetto a tutte queste semplificazioni e banalizzazioni  della “catastrofe” dichiaro apertamente  il mio dissenso,  proprio per rispettare Paola Labriola e i tanti operatori  come lei, il loro mondo professionale, la loro storia, la loro cultura, la loro preziosa vita, i servizi in cui lavorano e  i malati con i quali essi hanno a che fare. Non sarà l’ordine pubblico a risolvere il problema delle “catastrofi”,  ma solo delle ragionevoli politiche sanitarie. La Lorenzin, invece di andare da Alfano vada da Saccomanni  e chieda la deroga del blocco del turn over per questi servizi; la Gentile convochi gli stati generali degli operatori della salute mentale e delle dipendenze e discuta con loro di quali organizzazione essi hanno bisogno, e  Vendola la smetta di giocare a  fare il “sorvegliante speciale” e ripristini  nei servizi le condizioni per una corretta  dipartimentalità, soprattutto distinguendo  dipendenze da salute mentale  proprio per definirne le interconnessioni.

La catastrofe  non è prevedibile  in senso deterministico, causalistico e lineare, ma in senso sistemico si, cercando di creare nel sistema le condizioni  per  ridurre ragionevolmente le tante piccole crisi  che una dopo l’altra la fanno emergere. Mettere sotto sorveglianza speciale un sistema  non risolve nulla, lava solo le coscienze  e rassicura la burocrazia. Prevenire  la catastrofe significa riprogettare i sistemi per fare in modo che a coemergere non siano le tragedie, ma  le cure, le prese incarico, l’assistenza a domicilio, gli interventi sul territorio, la gestione della crisi,le qualità delle professioni, la cooperazione con la società civile.

Ivan Cavicchi – Quotidiano sanità – 7 settembre 2013 

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