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Ora c’è la tessera sanitaria per profughi e clandestini: «Così evitiamo epidemie». Progetto pilota in Veneto, cure equiparate a quelle degli italiani

C’è la tessera sanitaria anche per i clandestini, solo per quelli bisognosi di accertamenti sanitari prolungati, e il Veneto è regione pilota in Italia. La mission è proteggere la salute individuale ma anche quella pubblica da malattie come tubercolosi, tetano, difterite e pure morbillo, varicella e scabbia, debellate da vaccini e antibiotici ma riportate in Europa dall’emergenza immigrazione.

Declinata nel dramma dei profughi in fuga da fame, guerre e persecuzioni ma anche nel fenomeno delle migliaia di clandestini colpiti da decreto di espulsione. L’unico modo di proteggersi è curare i «focolai» e il Veneto per primo, attraverso le Usl, eroga una tessera sanitaria «a tempo» (durata 6/12 mesi) agli stranieri irregolari che necessitano di cure specialistiche.

Gli extracomunitari ricevono la STP («Straniero temporaneamente presente»), dotata di codice identificativo a 16 caratteri, che li equipara ai cittadini italiani nel diritto a ottenere determinate prestazioni pubbliche dietro pagamento del ticket o, se indigenti, a ricevere contestualmente l’esenzione. Invece ai comunitari non in regola con la legge viene consegnata la «ENI», cioè la tessera di «Europeo non iscritto». Questi due documenti garantiscono: cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti o comunque essenziali per malattia e infortunio; interventi di medicina preventiva e prestazioni correlate alla salvaguardia della salute individuale e collettiva; tutela della gravidanza e della maternità; tutela della salute del minore; vaccinazioni obbligatorie; profilassi internazionale; profilassi, diagnosi e cura di malattie infettive ed eventuale bonifica dei focolai.

Le tessere possono essere rilasciate sia ai richiedenti asilo sia ai clandestini destinati ai Cie (Centri di identificazione ed espulsione) che però prima, secondo recenti disposizioni del ministero dell’Interno, vanno visitati «per un’azione di prevenzione da eventuali malattie contagiose». Una strategia resa nota dall’Usl 16 di Padova, la più grande del Veneto, che ieri ha firmato un protocollo d’intesa con la questura, proprio per la presa in carico degli stranieri irregolari da espellere. «Li vediamo nella nostra Struttura di Alta professionalità immigrazione, un ambulatorio a due stanze attivato nel Distretto 1, accanto alla sede dell’azienda — spiega Urbano Brazzale, direttore generale dell’Usl 16 —. Si tratta di una visita accurata, che negli ultimi quattro mesi abbiamo garantito a 36 stranieri irregolari, tre dei quali donne. Provengono da Nigeria, Pakistan, Moldavia, Algeria, Tunisia, Cina e Marocco e hanno un’età compresa tra 21 e 50 anni. L’operazione rientra nell’ottica di collaborazione con le altre istituzioni al fine di rispondere alla richiesta di tutela e promozione del diritto alla salute collettiva».

«Abbiamo cominciato in via sperimentale all’inizio dell’anno — rivela il questore, Gianfranco Bernabei — nel rispetto del regolamento del Viminale, che impone la visita medica agli stranieri irregolari da accompagnare poi ai Cie. Proprio in virtù del loro tempestivo trasferimento nel resto d’Italia, per esempio a Torino o in Sicilia, gli accertamenti richiesti vanno sbrigati in tempi stretti e affidati non più al medico della polizia di Stato ma alle Usl. Se si tratta di persone che possono causare problemi, i sanitari vengono a visitarle qui, in questura». «Finora non abbiamo mai avuto problemi di sicurezza — assicura la dottoressa Maria Grazia D’Aquino, responsabile dell’ambulatorio dell’Usl 16 — siamo sempre in allerta, h24. Il sabato e la domenica subentrano i colleghi del Dipartimento di Prevenzione e del Pronto soccorso, oltre alla Guardia medica. Sul fronte profughi, che abbiamo l’obbligo di vedere entro 48 ore dal loro arrivo, dal 23 aprile ne abbiamo visitati 1650, tra cui 70 minori anche non accompagnati o figli di donne incinte. In generale stanno abbastanza bene, sono giovani, non hanno malattie gravi ma soffrono di alcol o tossicodipendenza, disturbi gastrointestinali, ipertensione, dermatiti, raffreddore perché spesso dormono all’addiaccio. Poi ci sono i casi di malaria e Tbc, che mandiamo al Centro infettivi dell’Azienda ospedaliera, e le persone maltrattate in Libia, che riportano contusioni da percosse, ferite da arma da fuoco o coltello. Diversi hanno bisogno di visite chirurgiche, ortopediche o cardiache». Si tratta di laureati, imbianchini, operai, elettricisti, meccanici, agricoltori.

Ad accoglierli due medici dell’Usl 16, quattro ospedalieri in pensione e i mediatori culturali, indispensabili perché non tutti parlano inglese. «Diamo un seguito alle visite da loro ricevute al momento dello sbarco, sull’imbarcazione stessa e in porto — chiarisce D’Aquino — e, come tutte le altre Usl venete, facciamo un lavoro certosino. Tanto è vero che finora abbiamo scongiurato contagi ed epidemie». Gli ultimi richiedenti asilo, 50 pakistani, sono arrivati a Padova la settimana scorsa.

Michela Nicolussi Moro – Il Corriere del Veneto – 21 novembre 2015 

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