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Ora il rebus del governo è il passaporto anti-covid nei posti di lavoro. Impasse a Palazzo Chigi: “Non ci sono idee e siamo bloccati”. Nel mirino i lavoratori quarantenni, molti dei quali non vaccinati

Repubblica. È il Green pass in azienda il nodo che il governo deve ancora sciogliere e che comincia a creare preoccupazione in vista della ripresa produttiva a pieno ritmo dopo la pausa estiva. L’incontro a Palazzo Chigi all’inizio di questa settimana con i sindacati è finito con il certificare le distanze tra esecutivo e Cgil, Cisl e Uil e soprattutto a confermare la totale indisponibilità delle organizzazioni sindacali ad imboccare la strada della obbligatorietà del Green pass per entrare nel proprio posto di lavoro. «Non ci sono idee e siamo bloccati», spiegano i tecnici del governo, confermando anche che le resistenza soprattutto della Lega, tra i partiti della maggioranza, fanno escludere l’ipotesi di una legge che renda obbligatorio il Green pass per l’accesso negli uffici o nelle fabbriche.
Impasse, dunque, sul lavoro. La questione è delicatissima e interseca diversi campi: quello dei rapporti tra datore di lavoro e sindacati, quello della tutela della privacy dei dipendenti, quello della responsabilità delle aziende nel garantire le condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro. Peraltro – e questo uno dei dati che più preoccupa il governo – è proprio nella fascia di età tra i 40 e i 49 anni che si addensa la maggior parte dei lavoratori attivi, ma solo il 57,61 per cento ha concluso il ciclo vaccinale anti-Covid con due dosi o con la mondose di Johnson& Johnson (64% ha almeno una dose). Ed è sempre in questa fascia di età – secondo quanto sostengono i tecnici – che sono più diffuse le resistenze o perplessità sulla vaccinazione. Tra i 50 e i 59 anni ha concluso il ciclo vaccinale il 69,85 per cento della platea interessata, tra i 60-69 il 77,94 per cento.
Se si intrecciano i dati dei vaccini con quelli dell’occupazione, i punti interrogativi crescono. Sia per la fascia 35-49 anni (8,8 milioni di occupati) che per quella successiva dei 50-64 anni (8,1 milioni di occupati). Difficile comparare questi dati con quelli della vaccinazione per sapere quanti occupati sono già protetti e quanti no (impossibile fare un censimento diretto in uffici e aziende per non violare la privacy). Ma potrebbero mancare 2 milioni di lavoratori da indennizzare. Anche sopra i 64 anni ci sono 682 mila occupati. E nella fascia dei sessantenni – tra le più esposte alle conseguenze del virus in caso di contagio – il 22% non è ancora vaccinato.
Dopo un tentativo di strappo (con la lettera interna del direttore generale che suggeriva l’obbligatorietà del Green pass) anche la Confindustria ha sostanzialmente frenato. Ora pensa che la strada sia quella dell’accordo tra le parti, rafforzando i protocolli sulla sicurezza sottoscritti durante il lockdown. Cgil, Cisl e Uil si muovono con piedi di piombo. Temono che dietro il pressing degli industriali ci sia l’interesse a ridurre alcuni costi: da quello della sanificazione degli ambienti di lavoro a quello per il ricorso al tampone. Di certo la necessità di aumentare il ritmo della produzione contrasta con i vincoli del cosiddetto distanziamento sociale soprattutto dove si lavora in catena.
C’è poi il rischio di segmentare i lavoratori. Alcuni già obbligati dalle legge al vaccino (forze dell’ordine, sanitari). Altri lo saranno, come gli insegnanti e forse gli addetti alle attività – ristorazione, teatri, cinema, palestre – obbligati per legge ad accettare solo clienti col Green pass (vaccinati, guariti o tamponati). Altri ancora nel limbo. Cosa accadrà alle mense aziendali, ad esempio? Al pari dei ristoranti al chiuso, dovrebbero ospitare solo chi è dotato di pass. Ma se nessuna certificazione è ammessa in azienda, come si procede?
L’uso dei Green pass farebbe superare molti di questi vincoli e renderebbe gli imprenditori più liberi. Ma i sindacati non sono affatto disposti a firmare un accordo che preveda il Green pass obbligatorio. Servirebbe una legge. Ma, a parte il fatto che l’unico Stato al mondo che ha scelto questa strada è l’Arabia saudita, non certo un esempio di tolleranza e democrazia, nemmeno il governo la considera un’ipotesi concreta.
Oggi i leader di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri, incontreranno da remoto i ministri della Salute, Roberto Speranza, e del Lavoro, Andrea Orlando. All’ordine del giorno la sicurezza sul lavoro, ma non è escluso che parlino anche di Green pass nelle aziende

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