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Orecchie mozzate al cane. Condannato l’allevatore. “Maltrattamenti”. La difesa: “La razza corsa è così”

«Le orecchie si tagliano perché, per le caratteristiche del cane, si possono lesionare e ci potrebbero essere delle conseguenze serie; è specificato anche negli standard di razza, lo dice pure la Federazione cinologica internazionale».

L’arringa con cui l’avvocato Carlo Raffagli ha difeso Massimo Maschio, 56 anni anni di Aosta, dall’accusa di maltrattamento di animali e esercizio abusivo della professione di veterinario, non ha convinto il giudice Davide Paladino che ieri ha condannato Maschio a cinque mesi e 10 giorni di reclusione e al pagamento di una multa di 4.200 euro.

Maschio è un allevatore cinofilo per hobby, e ha una struttura a Sarre in località Fochat dove alleva cuccioli di razza Corso, ottimo cane da guardia diffuso almeno dal 1950. Maschio è stato condannato anche per detenzione illegale di un’arma, una vecchia carabina di proprietà di uno zio che è stata trovata a casa sua. «Era il simulacro di un’arma – ha sostenuto l’avvocato – non aveva il percussore e quindi non era utilizzabile, tant’è che gli è già stata restituita».

Raffagli ha provato anche a smontare l’accusa di esercizio abusivo della professione di veterinario: «Non c’è nulla che dimostri questo e il mio cliente ha sempre specificato che i cani non li opera lui, non è una cosa semplice da fare: non basta tagliare le orecchie, le due orecchie devono essere tagliate uguali ed è previsto l’utilizzo di una lima, insomma serve competenza tecnica anche perché poi bisogna saperle ricucire. Maschio ha ammesso di aver trasportato all’estero i cani per le operazioni, in modo che gli stessi corrispondessero agli standard di razza». In Italia è vietato dal 2011 quando lo Stato ha ratificato la Convenzione europea per la protezione degli animali di compagnia con cui si vieta la chirurgia non terapeutica. E quindi niente taglio delle orecchie, della coda, delle corde vocali, delle unghie o dei denti. È ammesso solo per motivi di salute e non per ragioni estetiche. 

La Stampa – 1 ottobre 2013 

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