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Orsoni libero: «Non mi dimetto». Il sindaco di Venezia scarica sui partiti («Gestivano loro la campagna fondi»)

La prima bordata, in ordine cronologico, è per la procura di Venezia: «Credo che questo provvedimento di revoca si commenti da solo – sibila dietro un tavolo in Sala degli Stucchi nella «sua» (chissà ancora per quanto) Ca’ Farsetti – dopo una settimana e un chiarimento avvenuto lunedì con i pm, ai quali da un pezzo chiedevo di poter dare spiegazioni su questa vicenda».

Era da luglio scorso, infatti, che si sapeva che i magistrati lagunari avevano messo nel mirino il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni per quei finanziamenti ricevuti dal Consorzio Venezia Nuova nella campagna elettorale del 2010.

La seconda bordata è per i partiti: «La mia campagna è stata gestita non da me, che non avevo un comitato elettorale, ma da tutti i partiti che mi hanno sostenuto – racconta di fronte a decine di giornalisti – chi organizzava la campagna mi ha detto che l’avversario (Renato Brunetta, ndr) aveva grandi disponibilità». Gli chiedono i nomi — che sono nel verbale: Davide Zoggia, Giampietro Marchese, Michele Mognato — ma un colpo di tosse dell’avvocato Daniele Grasso devia il discorso. «Sono stato sollecitato a chiedere a chi conoscevo di contribuire e l’ho fatto anche con Mazzacurati», continua. In serata sarà ancora più duro: «Se qualcuno ha fatto delle cose che non vanno bene, ne risponderà». Da ultimo, l’orgoglio di quattro anni alla guida di Venezia: «Ho gestito la città nel modo migliore, mi sono opposto a chi la vuole usare in un modo non corretto, per usare un eufemismo, soprattutto i concessionari – dice – mi sono fatto molti nemici e questo forse è lo scotto da pagare». «Si dimetterà?», gli chiede un giornalista. «No», è la secca replica di Orsoni, prima di bere un bicchiere d’acqua.

Dalle 11 di ieri mattina Orsoni è di nuovo un uomo libero e di nuovo sindaco. Il gip Alberto Scaramuzza, che lo aveva fatto arrestare mercoledì scorso per finanziamento illecito, ha deciso di revocargli la misura degli arresti domiciliari dopo aver letto l’interrogatorio di quattro ore reso dal primo cittadino ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini lunedì. Già martedì i pm, con la controfirma del procuratore capo Luigi Delpino e dell’aggiunto Carlo Nordio, avevano dato parere favorevole sia alla revoca dei domiciliari, che alla proposta di patteggiamento presentata dai legali Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo, un passaggio fondamentale per poter riottenere la libertà: Orsoni dovrebbe chiudere questa vicenda con una pena di 4 mesi (si è partiti da 9, scesi con le attenuanti generiche e lo sconto per il rito) e una multa di 15 mila euro. Due via libera che hanno spinto il gip, con un provvedimento firmato alle 11 di sera di mercoledì, a liberare Orsoni. Anche perché, spiega la procura, Orsoni avrebbe manifestato la sua volontà di non ricandidarsi più, annullando dunque il rischio di reiterazione del reato. Il provvedimento, depositato in cancelleria ieri mattina alle 8.20, è stato prima notificato a mano all’avvocato Grasso, poi portato al sindaco poco prima delle 11. Tanto che Orsoni ha potuto subito imbarcarsi su un motoscafo e andare a Ca’ Corner, dove il prefetto Domenico Cuttaia ha preso atto dell’ordinanza del giudice e ha a sua volta revocato la sospensione dalla carica di sindaco, prevista dalla legge Severino.

Orsoni è poi arrivato a Ca’ Farsetti in motoscafo, pochi minuti prima dell’una, atteso da giornalisti e fotografi e anche qualche dipendente. Quando ha varcato la soglia della sede comunale, è scattato un piccolo applauso. Poi, qualche minuto dopo, la conferenza stampa. «Ho chiarito in modo inconfutabile che nessun coinvolgimento mio diretto è mai avvenuto», è stato l’esordio. Poi una strenua difesa su tutta la linea: «Non ho mai sospettato di somme illecite, come le imprese del Consorzio se li procurassero non lo sapevo – ha raccontato – Ho incontrato Mazzacurati più volte, è stato un mio cliente, e mi aveva detto che avrebbe sostenuto la mia campagna come aveva fatto per tutte quelle precedenti, perché voleva che nessuno dicesse che non l’aveva sostenuto». Nel verbale era stato ancora più esplicito: «Mazzacurati mi disse che aveva finanziato molte persone, anche il tuo precedessore», dice riferendosi a Cacciari. «A lui, come ad altri, ho consegnato il numero del conto corrente», spiega Orsoni. L’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova è il suo grande accusatore: oltre ai 110 mila euro versati da Cam Ricerche, Coop San Martino e Bosca (illeciti perché secondo la procura provenivano in realtà dal Consorzio e con un giro di false fatture), ci sono infatti i 450 mila euro che Mazzacurati ha detto di avergli dato in varie tranche. Si parla di un incontro sicuro, di una busta. «E’ un millantatore», replica sdegnato il sindaco. «Ci siamo incontrati più volte dopo la campagna elettorale, mi voleva parlare insistentemente di problemi della città, del Mose, della legge speciale, dell’Arsenale – ricorda Orsoni – Sull’Arsenale abbiamo avuto un forte scontro». Il sindaco infatti voleva per il Comune, grazie al federalismo demaniale, l’ex fabbrica della Serenissima, già in parte usata dal Consorzio: «Una cosa che lo irritò molto, non mi meraviglia che possa aver avuto una sorta di vendetta anche per questo».

Ma nel mirino tornano subito i partiti, in primis il Pd che con alcune dichiarazioni lo ha scaricato dopo gli arresti. «Che cosa l’ha più addolorata?», gli chiedono. «La distanza presa da parte di qualcuno nei miei confronti», replica. Nel pomeriggio specifica meglio: «I vertici nazionali del Pd». L’amarezza più grande però è un’altra: «Mi sono sentito molto offeso a essere assimilato a un gruppo di malfattori che ha agito in modo indegno», dice riferendosi ai coindagati per corruzione, da Giancarlo Galan a Renato Chisso. E ce l’ha anche con i media: «Non hanno distinto le posizioni». Tanto che i suoi legali sono già al lavoro per le querele.

Corriere del Veneto – 13 giugno 2014 

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