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Ospedali veneti, ecco una prima scaletta di tagli e chiusure: via il 20% dei posti letto. I sindaci: «Sulle barricate»

1a1a1_11aaaospedale_pronto_soccorso--401x175Diffide, raccolte di firme e delibere contro il piano della Regione. Isola della Scala chiude, alt al nuovo polo Montecchio-Arzignano. Approvato il piano sociosanitario, si attendono ora dalla giunta le schede ospedaliere, che dovranno ridisegnare la rete dell’offerta specificando numero di posti letto e reparti, strutture da dismettere, riconvertire o aggregare. La base di partenza sono gli attuali 19.127 letti: il 20% va chiuso. Una prima traccia di lavoro c’è e salva una sola provincia: Treviso. Ma vediamo nel dettaglio la scaletta. Nel Bellunese, già riconvertito Agordo in riabilitazione oncologica, va ridimensionato Pieve di Cadore in punto di primo soccorso. Nel Vicentino sarà ristrutturato l’ospedale di Asiago, riferimento per i turisti: la Regione ha già finanziato il restauro del Pronto soccorso.

Fusi Thiene e Schio nel nuovo polo di Santorso, sembra tramontare per mancanza di risorse il progetto di fare lo stesso con Arzignano e Montecchio Maggiore. I quali non si trasferiranno in un complesso da costruire ma in quello di Montecchio, perchè ristrutturare Arzignano costerebbe troppo. Valdagno diverrebbe «centro spoke» (con bacino di 200 mila abitanti, Pronto soccorso, specialità di base, servizi di diagnosi e cura), invece la già ridimensionata Noventa Vicentina avrà Riabilitazione e primo intervento (le nuove sale operatorie serviranno il San Bortolo).

Nel Veneziano l’opzione ideale sarebbe unire i plessi di Portogruaro e San Donà e quelli di Dolo e Mirano (distanti appena 7 chilometri), mentre diventa ospedale di rete in appoggio a quelli capoluogo il cittadino «Santi Giovanni e Paolo». Nel Padovano si fondono gli ospedali di Monselice ed Este e costituiranno polo a due gambe (uno con determinati reparti, il secondo con altri) Camposampiero e Cittadella.

In Polesine si salvano Trecenta e la convenzione con la casa di cura «Madonna della salute» di Porto Viro, però si riconverte Adria.

La partita più grossa si gioca nel Veronese, forte di un’offerta ritenuta esagerata e patria degli ultimi quattro assessori alla Sanità (Tosi, Martini, Sandri e Coletto). Nonostante l’impegno preso da Luca Coletto in consiglio regionale (su diffida dei sindaci) di congelare tutto per cinque mesi, fino cioè alla redazione della schede ospedaliere, il complesso di Isola della Scala dovrebbe chiudere dopo l’estate. Tanto è vero che Villafranca si sta organizzando per tornare a regime prima del 2015, con sale operatorie provvisorie allestite in prefabbricati. Diventerà plesso a due gambe con Bussolengo, così come sopravviveranno San Bonifacio, Legnago (ma come ospedale di rete), le convenzioni con la Pederzoli di Peschiera e il Sacro Cuore di Negrar. Già riconvertiti Nogara (poliambulatorio da trasformare in hospice comprensivo delle case di riposo locale e di Gazzo), Marzana (Riabilitazione) e Caprino (ospedale di comunità destinato a hospice), resta in piedi Malcesine, per la vittoria al Tar del Comune. Ma anche perchè riferimento nazionale per la poliomelite e centro di cura di molti trentini, che sarà potenziato con la Riabilitazione.

A Bovolone restano Day-Surgery e ambulatori, ma Medicina cederà il posto alla Riabilitazione, pre vista anche per Zevio, a meno che non venga dismesso. A Verona Borgo Roma scenderà nel 2017 a 1300 letti (ora sono 1500), terrà alcuni reparti, i malati cronici, le lungodegenze e accoglierà le aule universitarie. Le altre équipe traslocheranno al Confortini. Una traccia che però non piace ai sindaci, pronti a fare le barricate per difendere i loro ospedali. Ritenuto da Roberto Rettondini «inaccettabile il ridimensionamento di un’eccellenza come Valdagno », per San Donà gioca d’anticipo Francesca Zaccariotto, che è anche presidente della Provincia di Venezia: «Se si vuole il polo unico con Portogruaro ci candidiamo a ospitarlo e infatti nel Pat abbiamo inserito un nuovo ospedale da insediare a Porta Nord, vicino alla bretella autostradale e attiguo alla fermata della metropolitana di superficie, i cui lavori termineranno nel 2013. San Donà ha 42 mila abitanti, è centrale e servito da tutti i mezzi di trasporto, perciò non può rinunciare al suo nosocomio, che difenderà fino all’ultimo».

Non è da meno Maria Rosa Pavanello, sindaco di Mirano: «I 22 milioni stanziati nel 2010 dalla Regione per il completamento e l’adeguamento del nostro plesso e di quello di Dolo non giustificano la loro fusione, benchè finora siano arrivati solo 4 milioni. I tre ospedali dell’Usl 13 hanno ragione di essere per la conformazione del territorio, l’alta percentuale di anziani e la rete viaria». Punta i piedi anche Adria, con Massimo Barbujani: «Porto Viro non deve mangiare il nostro ospedale e nemmeno deve avvenire il contrario, va assicurata la sopravvivenza a entrambe le strutture. I cittadini sono preoccupati, abbiamo raccolto 2600 firme per impedire la scomparsa dell’Usl 19 e continueremo per difendere il nosocomio». Hanno preventivamente eliminato i reparti doppione e tagliato i letti, creando già di fatto un centro a due gambe tra Cittadella e Camposampiero, i sindaci dell’Alta Padovana. «E’ il solo scenario che accettiamo, perchè sarebbe inaccettabile veder sparire due eccellenze», spiega Domenico Zanon, sindaco di Camposampiero.

Corriere del Veneto – 22 giugno 2012

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