Asl e ospedali non riescono ancora a recuperare il lavoro andato perso nel drammatico 2020 del Covid. C’è un dato particolarmente significativo, quello delle visite di controllo. Cioè dell’attività specialistica destinata a chi ha già avuto una diagnosi e quindi è malato. Spesso cronico, cioè diabetico, cardiopatico e così via, oppure oncologico. Ebbene, nei primi sei mesi di quest’anno le Regioni italiane hanno fatto circa 13,7 milioni di accertamenti di questo tipo, 3,4 milioni in meno rispetto al 2019. Il 20% in meno, un dato altissimo. Occorre insistere, ricordando che non si parla di prime visite, pure quelle in forte calo, che possono anche avere una quota di inappropriatezza (ossia essere non indispensabili), ma di accertamenti ritenuti necessari da un medico per vedere come e se una patologia evolve.

I dati sono di Agenas, l’Agenzia sanitaria nazionale delle Regioni, che ha un monitoraggio molto aggiornato sul lavoro delle amministrazioni locali. Tra le realtà medie e grandi che vanno peggio con i controlli ci sono la Sardegna (-36%), la Calabria (-30%) e la Sicilia (-29%). La migliore invece è la Toscana, (-10%), seguita da Marche, Puglia, Emilia-Romagna e Lombardia (- 15%).

“La colpa non è dei professionisti o dei pazienti ma dell’organizzazione sanitaria — spiega Ciro Indolfi, presidente della Società italiana di cardiologia — Gli ambulatori sono ridotti perché il sistema si è focalizzato sul Covid. Le cose non sono uguali in tutta Italia, il Sud soffre storicamente di maggiore inefficienza”. Non si tratta di visite ma Giovanni Esposito di Gise, la società di cardiologia interventistica, dice che le angioplastiche sono ancora l’8% in meno rispetto a prima della pandemia. Secondo Nino Cartabellotta di Gimbe, fondazione privata che si batte per il servizio pubblico e si occupa di corsi di aggiornamento a pagamento per il personale sanitario, “il nodo è sempre la carenza di personale. Il sistema per le difficoltà di organico sta rallentando, figurarsi se riesce a recuperare. Le Regioni dovevano investire un miliardo per le liste di attesa ma non è servito e non hanno nemmeno speso tutti i soldi”.

E mentre il servizio pubblico non si riprende dal Covid, i privati fanno affari. Di recente è uscito il monitoraggio della spesa sanitaria del Mef relativo al 2021, anno nel quale, tra l’altro, le visite di controllo pubbliche andavano ancora peggio di adesso. Il ministero certifica che la spesa cosiddetta out of pocket, appunto completamente a carico del cittadino, l’anno scorso è salita a ben 37 miliardi di euro, contro i 34,8 del 2019. E in cinque anni la crescità è di quasi di 10 miliardi. Gli italiani comprano più attività privata, cioè visite, esami, farmaci, prestazioni dentistiche. Le strutture private accreditate e autorizzate, ad esempio, incassano circa 800 milioni di euro in più del 2019. Cala al contrario di 400 milioni la quota di partecipazione, cioè il ticket per le prestazioni nel pubblico. Due dati eloquenti.

Evidentemente ci sono persone che non riescono a fare i controlli nel pubblico a causa delle liste di attesa e comprano una prestazione privata, a un prezzo tra 50 e 250 euro se si tratta di una visita, anche di più per un esame. Ma non tutti possono permetterselo. Difficile stimare quanti restino ad aspettare nel pubblico perché non hanno soldi per il privato. “Stime precise non ce ne sono”, dice Cartabellotta, che pure si occupa di anche di studi sull’attività sanitaria. Si tratta di cittadini “invisibili”. Per risparmiare, chi può si fa un’assicurazione sanitaria. “Le polizze individuali non sono in crescita — dice il presidente di Gimbe — Le assicurazioni lavorano soprattutto agganciate ai pacchetti welfare, quindi con le società private. Così si crea una differenza tra chi ha un lavoro retribuito e chi no, che resta senza aiuto. E nelle aziende, comunque, il manager ha un piano sanitario migliore dell’operaio”. Un po’ schematico anche questo ma rende l’idea.