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Ospedali. Rapporto Sdo 2020, sui ricoveri pesa il macigno Covid. Nel 2020 ricoveri calati del 20,8%. In tutto 6,4 milioni ma quasi il 30% è inappropriato

Pubblicate le nuove Schede di dimissione ospedaliere. Il calo è in evidente relazione all’emergenza sanitaria che si è verificata con la pandemia Covid. Per i ricoveri per acuti il decremento registrato è del 18,2% mentre per le lungodegenze si rileva un calo del 26,1%. Giù anche la mobilità sanitaria tra Regioni. Le malattie e disturbi dell’apparato cardiocircolatorio e le malattie e disturbi dell’apparato respiratorio in testa con il maggior numero di ricoveri. IL RAPPORTO SDO 2020

Nel 2020 “il numero complessivo di dimissioni per acuti, riabilitazione e lungodegenza passa da 8.193.592 a 6.489.469 unità, con una diminuzione di circa il 20,8%; il corrispondente volume complessivo di giornate passa da 57.714.560 a 48.631.622, con una riduzione di circa il 15,7%”. E ancora: “Il tasso di ospedalizzazione complessivo si riduce da 171,8 per 1.000 abitanti nel 2010 a circa 99,0 nel 2020 (123,9 nel 2019). In particolare, il tasso di ospedalizzazione per acuti in regime ordinario passa da 115,8 per 1.000 abitanti nel 2010 a 74,4 nel 2020 (90,1 nel 2019), mentre il tasso di ospedalizzazione per acuti in regime diurno passa da 48,8 a 20,2 (27,8 nel 2019)”.

Basterebbero queste poche percentuali a dare il senso, se mai ce ne fosse ancora bisogno, dell’impatto della pandemia sui ricoveri ospedalieri. A riportarle è l’ultimo rapporto Sdo pubblicato dal ministero della Salute. Che nero su bianco attribuisce alla pandemia l'”anomalia” di un anno quasi viziato dal virus, ma che se non altro per continuità è stato doveroso fotografare. “In particolare, in questo Rapporto relativo all’anno 2020 – si legge nel documento – sono evidenti gli effetti sulla produzione ospedaliera provocati dalla pandemia da Sars-CoV-2, sia in termini di volumi erogati (riduzione di circa il 20% dei ricoveri rispetto al 2019), sia in termini di variazioni del case-mix prodotto rispetto alle tendenze consolidatesi negli anni precedenti, come verrà evidenziato nel prosieguo. L’interpretazione dei dati contenuti in questo Rapporto, specie nel confronto con il 2019, tiene conto dunque delle condizioni straordinarie legate all’evento pandemico, dei provvedimenti emergenziali emanati per fronteggiare gli aspetti organizzativi ad esso connessi1 e del loro impatto sul ricorso all’ospedale.
E dall’istantanea emergono allora altri dati che certificano la drammaticità del ricorso all’ospedale: sono i valori relativi a durata e case-mix. La degenza media per acuti in regime ordinario nel 2020 è pari a 7,5 giorni (in aumento rispetto al 2019, quando il valore si attestava a 7,0); la degenza media per riabilitazione in regime ordinario aumenta, passando da 26,2 giorni nel 2019 a 27,5 giorni nel 2020, mentre la degenza media per lungodegenza passa da 24,5 a 24,6 giorni. “Con riferimento ai ricoveri per acuti in regime ordinario – si legge ancora – l’aumento della durata della degenza media è correlato all’incremento della complessità dei ricoveri: nel 2020 il peso medio, infatti, aumenta da 1,24 a 1,31, mentre il numero medio di diagnosi e il numero medio di procedure compilate per scheda passano, rispettivamente, da 2,5 a 2,6 e da 3,1 a 3,2. È possibile collegare questo fenomeno a un effetto indiretto della pandemia, considerato che nel corso dell’anno 2020 per effetto delle misure di contenimento e della riorganizzazione delle aree di trattamento dedicate al Covid-19, soprattutto in corrispondenza delle maggiori ondate epidemiche, il ricorso all’ospedale è
stato riservato alla casistica di emergenza-urgenza, tipicamente più complessa, con rimodulazione dell’attività programmata considerata clinicamente differibile”.

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