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Pa, i nuovi contratti costeranno 6 miliardi. Per la ministra Dadone «impegno generoso». Per i sindacati non bastano

Il rinnovo contrattuale nel pubblico impiego costerà a regime poco più di 6 miliardi di euro. Le ultime due leggi di bilancio hanno messo a disposizione 3,38 miliardi per il settore statale, con una somma che produce un aumento medio del 3,7%: 100 euro lordi al mese, in pratica, con una media generale che comprende anche i «non contrattualizzati» come professori universitari e magistrati. Ma le regole fissate per lo Stato si ribaltano automaticamente in regioni, enti locali e università, che devono garantire la stessa dinamica: cercando nei propri bilanci 2,69 miliardi.

Le cifre che caratterizzeranno il futuro prossimo delle buste paga pubbliche arrivano dall’Aran, l’agenzia negoziale del pubblico impiego che ieri ha presentato il suo Rapporto semestrale sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici. Si tratta di un documento finora rimasto confinato alle scrivanie degli addetti ai lavori, ma che oggi arriva al centro del dibattito sul pubblico impiego per lo sforzo di comunicazione messo in campo dal nuovo presidente Antonio Naddeo anche con gli aggiornamenti puntuali sullo sviluppo dei diversi tavoli negoziali.

E il dibattito sulle cifre del rapporto si è subito acceso. Per la ministra della Pa Fabiana Dadone i numeri Aran dimostrano che «l’impegno finanziario messo in campo dal governo è importante e generoso». Per i sindacati la lettura è contraria, perché mancherebbero all’appello 1,5 miliardi necessari, spiega per esempio in una nota il segretario confederale Cisl Ignazio Ganga, «a recuperare il gap con gli incrementi avuti negli ultimi undici anni dai lavoratori di altri settori produttivi».

La distanza delle posizioni si spiega anche con la fase negoziale calda. Per la settimana prossima Palazzo Vidoni ha chiamato la prima convocazione per discutere sulla proposta di «memorandum» sul pubblico impiego che nelle intenzioni del governo dovrebbe portare a condividere gli indirizzi anche su percorsi di carriera, gestione dei fondi accessori e innovazione. Un modo per allargare il campo oltre i confini della parte economica, su cui però finora i sindacati si sono mostrati freddi attivando una serie di iniziative di mobilitazione.

Perché sul quadro pesa ovviamente l’eredità del decennio di blocco contrattuale, che ha separato le sorti retributive dei dipendenti pubblici da quelli del privato (dopo una dinamica opposta registrata fra 2000 e 2010, però). L’ultimo rinnovo contrattuale ha avviato un certo recupero, e anche il prossimo, con il suo 3,7% di aumento, promette di accelerare rispetto all’indice di inflazione di riferimento che per il 2019-21 si ferma al 3%. Sempre che le trattative riescano a partire davvero.

 

Gianni Trovati

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