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Pa. Il “tesoretto” dei fondi ai dirigenti pubblici. Retribuzioni di posizione e di risultato valgono una dote di 2,5 miliardi

dirigenti pubblicidi Roberto Turno. La dote di ogni ente dipende dalla struttura delle retribuzioni ma anche dagli adeguamenti effettivi al turn over. Tetti, tabelle e simulazioni continuano a infittirsi intorno alla sorte degli stipendi dei dirigenti pubblici, e la pioggia delle ipotesi più o meno fondate o fantasiose è destinata a proseguire fino a venerdì, data del prossimo consiglio dei ministri che ha in programma il decreto su Irpef e pubblico impiego. Fra i numeri reali delle retribuzioni pubbliche di vertice, però, si nascondono fenomeni interessanti anche per chi deve agire di forbice con l’obiettivo di trovare i 400 milioni di euro di risparmi indicati nei giorni scorsi dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Quando si spulcia tra le tabelle, un primo dato balza agli occhi, ed è la dotazione dei «fondi di amministrazione» che servono a pagare la retribuzione di posizione e di risultato dei dirigenti pubblici.

Ogni amministrazione ha il proprio fondo, ma di ufficio in ufficio si arriva a sommare 2,5 miliardi di euro: per raccogliere da qui 400 milioni, quindi, servirebbe una sforbiciata “lineare” intorno al 15 per cento. Fuori da questo calcolo, però, resta il personale «non contrattualizzato», a partire dai magistrati, che saranno anche loro chiamati a contribuire.

La dote in carico a ogni amministrazione dipende dalla struttura e dai livelli retributivi, ma anche dalla puntualità con cui i singoli fondi sono stati alleggeriti quando il turn over ha ridotto gli organici. L’insieme di questi fattori determina le differenze fra un fondo e l’altro: a Palazzo Chigi, per esempio, si viaggia intorno ai 74mila euro pro capite, cioè quasi il 70% in più dei 44mila scarsi registrati nel comparto ministeri, superati anche da Regioni e Autonomie locali (49mila euro a dirigente) ma non dalle agenzie fiscali (36mila euro).

Quale che sia la scelta finale del Governo, le nuove regole si dovranno occupare di questi fondi, tanto più che gli stessi progetti di medio termine parlano di riformare la dirigenza (con un ruolo unico invece dei due attuali) e ripensare le modalità con cui si assegnano le parti “variabili” dello stipendio. Con un’avvertenza, però: le buste paga dei dirigenti pubblici valgono 16 miliardi all’anno, ma 14 di questi 16 finiscono a retribuzioni da 72-73mila euro all’anno, per cui l’impresa non è semplice (si veda Il Sole 24 Ore del 24 marzo)

Il punto di partenza è noto, perché è stato ribadito più volte dallo stesso premier quando ha chiarito che con le nuove regole nessuna retribuzione pubblica potrà superare i 239mila euro all’anno riconosciuti oggi al presidente della Repubblica: al netto di eventuali ricalcoli sulla parte contributiva (il Capo dello Stato ovviamente non li versa), si tratta di un taglio di quasi il 25% rispetto al tetto attuale, rappresentato dai 311.658 euro del primo presidente della Cassazione. La partita, però, non riguarda solo chi raggiunge questi livelli, perché il nuovo limite da solo fermerebbe i risparmi molto sotto l’obiettivo del Governo, per cui le ipotesi parlano di “sottotetti” su misura per le varie categorie, dai vertici apicali ai dirigenti di seconda fascia. A preoccuparsi del primo limite, quello dei 239mila euro, sono in pochi, per esempio i vertici delle Authority e delle magistrature, a partire dai 347 avvocati dello Stato che secondo i dati della Ragioneria generale (l’ultimo conto annuale del personale, sulle retribuzioni 2012) guadagnano in media qualche spicciolo meno di 269mila euro all’anno. Nella graduatoria delle magistrature seguono i consiglieri di Stato (sono 448, e ricevono in media 180.988 euro all’anno), mentre i 9mila magistrati ordinari sono in fondo a quota 133.176 euro.

Lontano dalle toghe, le buste paga più ricche si incontrano fra gli enti pubblici non economici, guidati dai dirigenti di prima fascia dell’Inps che superano i 267mila euro all’anno, una media che con l’incorporazione dell’Inpdap (230mila euro all’anno) si alleggerisce un po’. Quando si guarda al Governo, il primato della presidenza del Consiglio in genere emerge nel confronto con la media dei ministeri, ma se si indaga dicastero per dicastero la palma si allontana da Palazzo Chigi: a primeggiare è infatti la Salute, che riconosce 243.497 ai dirigenti di I fascia ed è l’unico ministero a piazzare anche la II fascia sopra la soglia dei 100mila euro (108.289). “Cenerentola” delle retribuzioni si rivela invece l’Istruzione, dove 28 dirigenti di I fascia ricevono in media 160.395 euro all’anno.

Su tutti questi numeri prova ora ad abbattersi la cura-Renzi, che per centrare l’obiettivo dovrebbe rivolgersi alla platea più ampia dei “vertici” statali, contrattualizzati e non. Anche perché, quando si parla di tagli di stipendio, per risparmiare 400 milioni occorre tagliarne 700, dal momento che ogni euro non ricevuto si trasforma in 43 centesimi di Irpef non versata alle casse dello Stato.

Il Sole 24 Ore – 14 aprile 2014 

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