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Padoan: non ci sono spazi per eliminare i super-ticket. «Il Paese può puntare a una crescita vicina al 2%»

Non ci sono spazi per eliminare i super-ticket, e il sistema di adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita può essere migliorato solo «in modo marginale», senza toccare l’architettura delle regole perché questa scelta aprirebbe un nuovo fronte di rischio per i conti italiani. Sui 100 milioni del fondo per la famiglia previsto in manovra, «le risorse disponibili in bilancio sono sempre poche, ma bisogna considerare anche gli altri interventi che hanno come destinatarie le famiglie». A partire dal reddito di inclusione che con due miliardi di euro potrà raggiungere «650 mila nuclei».
Nell’audizione serale alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan rinforza gli argini del «sentiero stretto», e chiude alle obiezioni arrivate sulla manovra dalla sinistra di Mdp e dal centro di Ap. Sul piano tecnico, poi, respinge le critiche dell’Upb sulla «programmazione di corto respiro» (si veda l’articolo sotto), sostenendo che la scelta di affrontare in modo progressivo, anno per anno, le clausole di salvaguardia offre un «elemento di flessibilità» alla gestione del bilancio, nel senso che una loro eliminazione secca imporrebbe una cura da cavallo ammazza-crescita. Anche le previsioni sulle nuove entrate prodotte dalle misure anti-evasione, oggetto di qualche incertezza secondo Bankitalia e Corte dei conti, lasciano il ministro «con la coscienza tranquilla. Sono stime esaminate anche dalla commissione, e l’esperienza del passato mostra che spesso il gettito reale è andato oltre le previsioni».
L’audizione sull’ultima manovra prima delle elezioni offre al ministro dell’Economia anche l’occasione per un consuntivo degli anni di governo. Un consuntivo in divenire, perché «serve tempo per misurare gli effetti combinati delle riforme strutturali»; ma condito da elementi incoraggianti come la crescita del terzo trimestre, allo 0,5% secondo gli ultimi calcoli governativi e spinta anche dal miglioramento delle esportazioni e degli indici anticipatori sulla fiducia di famiglie e imprese. In quest’ottica, le stime sul Pil scritte nei documenti ufficiali di finanza pubblica restano all’1,5% per i prossimi due anni, con una flessione all’1,3% nel 2020, ma il Paese è nelle condizioni per puntare «a una crescita stabilmente prossima al 2%, in grado di assorbire la disoccupazione e il sotto-utilizzo delle forze produttive».
Ma come mostrano le mancate aperture su pensioni, super-ticket e fondi aggiuntivi per Province e Città metropolitane, l’evoluzione del quadro non modifica l’entità della correzione strutturale al centro delle trattative con Bruxelles. Anche perché all’appello continua a mancare l’inflazione che aiuterebbe a ridurre il peso del disavanzo sul Pil.
E soprattutto non permette, nell’ottica del ministro, cambi di rotta: «A nessuno piace l’idea di pagare debiti contratti da altri – spiega Padoan a deputati e senatori – ma è il declino l’unica alternativa alla ricostruzione di condizioni strutturali solide per il Paese». Per un Paese ad alto debito come l’Italia, ragiona il titolare dell’Economia, non esiste un «deus ex machina», e anche le operazioni eccezionali, «di tipo istantaneo», che ogni tanto si affacciano al dibattito sono «pericolose». Niente miracoli da maxi-svendite sul mattone, insomma, mentre resta confermato l’obiettivo di ricavare due decimali di Pil (3,5 miliardi circa) dalle privatizzazioni (si veda Il Sole 24 Ore di ieri per le operazioni sotto esame su Enav ed Eni).

Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore – 8 novembre 2017

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