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Padova. La cricca del Mose voleva l’ospedale «per interessi personali e avidità». I magistrati: doveva sostituire il sistema Venezia in fase terminale

Il Mose, la più grande e costosa opera idraulica del mondo, all’improvviso è diventato piccolo. Non per le acque della laguna, ma per gli appetiti del doge, del re indiscusso del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati che deve mantenere in vita il sistema. Già nel 2010 l’ingegnere a capo della cupola delle fatture false, l’uomo che decideva chi lavorava e chi no nelle acque veneziane e che secondo le carte in mano ai magistrati teneva a libro paga i vertici politici della Regione, aveva deciso di espandersi e puntare al nuovo ospedale di Padova.

Secondo i pm che hanno pazientemente ascoltato centinaia di intercettazioni e decine di deposizioni, a un certo punto «è diventato del tutto evidente l’interesse (per l’ospedale di Padova) e l’avidità di Mazzacurati che nonostante l’età avanzata (82 anni) continuava a cercare nuove fonti di guadagno per conto proprio e per conto di altri soggetti quando la costruzione del Mose da parte del Consorzio è entrata nella fase terminale».

Il ruolo di Ruscitti. L’idea di Mazzacurati di espandere il sistema oltre i confini della laguna aveva già conquistato i titolari delle aziende consorziate. Il pacchetto predisposto dalla società inglese Bovis Lend Lease per realizzare la nuova struttura ospedaliera vale quasi due miliardi di euro. Cifre che potrebbero servire da copertura per le nuove fatture gonfiate e nuove mazzette già dal 2015, quando ormai i finanziamenti del Mose saranno completati e non ci sarà più spazio per riempire il fondo nero da cui tutti attingevano. Anche Pio Savioli del Coveco e Stefano Tomarelli di Condotte avrebbero tirato un sospiro di sollievo. In una loro precedente telefonata infatti si erano augurati che i lavori del Mose durassero il più possibile. «Quando non ci sarà più il Venezia Nuova saranno problemi per tanti», dice Savioli a cui ribatte Tomarelli: «Speriamo che duri». E’ questo il motivo per cui Mazzacurati (dopo che si è consultato con Roberto Meneguzzo di Palladio finanziaria) fa assumere dal Coveco, la coop rossa che finanziava i politici, l’ex segretario della Sanità veneta ai tempi di Galan, Giancarlo Ruscitti. La sua presenza era necessaria per muoversi nei meandri della programmazione regionale anche perché «Zaia afferma che non ci sono soldi e che cercherà di sistemare l’esistente» (protesta Franco Morbiolo del Coveco). «Zaia non è un grande decisionista – spiega Ruscitti – ma lo si convincerà che è una cosa utile perché non è l’ospedale di Galan ma l’ospedale del Veneto».

la tesi dei magistrati. L’ottimismo di Ruscitti è presto spiegato: «Padova è una delle poche parti del Veneto dove hanno concordato tutti: sia (Flavio) Zanonato che (Giancarlo) Galan che (l’ex rettore dell’Università Giuseppe) Zaccaria. A tagliare la testa al toro è il fatto che la Lega ha dimostrato di essere flessibile. Basta pensare che cosa è successo a Verona, rassicura Ruscitti: «La Lega con Tosi ha accettato la mutualità sul nuovo ospedale». Per i magistrati, in considerazione del fatto che l’unica ed esclusiva finalità del CVN è la salvaguardia di Venezia e della sua laguna, non si comprende a che titolo debba incaricare il Coveco, e quest’ultimo Ruscitti, per questioni legate al nuovo ospedale di Padova… Infatti il reale soggetto committente, nelle intenzioni di Mazzacurati sarebbe dovuto essere il CVN (nei cui uffici è stato sottoscritto il contratto tra Ruscitti e il Coveco, ndr), poi «per problemi di opportunità» lo stesso Mazzacurati ha deciso di interporre un soggetto nei rapporti tra il CVN e Ruscitti. E quindi la Procura ritiene che «il progetto dell’ospedale di Padova potrebbe riguardare interessi strettamente personali di Mazzacurati e di persone a lui vicine» oltre a Pio Savioli, ex consigliere del consorzio.

Il consenso politico. A proposito di Ruscitti, Savioli dirà: «E’ vero che lo pago io, ma i soldi me li dà quell’altro (Mazzacurati, secondo la Procura)». Dopodichè entra in scena il professor Mario Acampora, docente dell’Università di Padova ed ex-assessore socialista ai Lavori pubblici, che in macchina con Savioli parla delle strategie da adottare per ottenere il consenso degli schieramenti politici. E nella telefonata del 19 gennaio 2011 tra Mazzacurati e Ruscitti, quest’ultimo dice: «Io ho fatto un pò di giri con alcuni politici, che a loro volta mi invitano a farne altri, ma prima di cominciare a coinvolgere il presidente del consiglio regionale e altro volevo confrontarmi con lei».

La cena alle Calandre. Il progetto va avanti e il primo marzo 2011 c’è la famosa cena al ristorante padovano «Le Calandre» fra Mazzacurati, Savioli, Ruscitti, Francesco Giordano e l’allora sindaco di Padova, Flavio Zanonato. Durante il tragitto di andata in auto con Savioli, Ruscitti riferisce di avere un buon rapporto con Zanonato, anche se non lo vede più da un anno. E quindi considera opportuno tacergli i suoi rapporti con Coveco: «E’ meglio lasciare sfumato l’aspetto economico». Savioli risponde: «Credo che l’ingegnere gli abbia parlato». Il terzo episodio chiave è l’incontro tra Ruscitti e Morbiolo nell’ufficio di quest’ultimo (presente anche Savioli), il 30 novembre 2010, durante il quale il segretario alla Sanità dichiara che Mazzacurati gli sembra fiducioso. Morbiolo ricorda le dichiarazioni di Zaia: non ci sono soldi, si cercherà dunque di sistemare e ampliare l’esistente. «Zaia non è un grande decisionista – replica Ruscitti – lo si convince che è una cosa utile, non è l’ospedale di Galan ma del Veneto». E aggiunge che si può fare a blocchi o in un colpo solo, perchè Padova è una delle poche zone del Veneto in cui i diversi partiti sono concordi e fa i nomi di Zanonato, De Gaio, Galan e Zaccaria, il rettore dell’Università. A quel punto interviene Savioli: «A noi interesserebbe particolarmente avere l’ospedale di Padova diciamo nel faro».

Gli uomini chiave. Ruscitti sottolinea che sarà un’opera ventennale, già approvata da giunta e consiglio regionale, con un atto votato anche dalla Lega, che pure a Verona con Tosi ha accettato la mutualità sull’ospedale. Se non dovesse sorgere, bisognerebbe cambiare la programmazione regionale. In un successivo pranzo tra Acampora, Savioli e Ruscitti saltano fuori i nomi (da contattare) di Barbara Degani, ex presidente della Provincia di Padova, del suo predecessore Vittorio Casarin e dei Finozzi senior (Marino, l’assessore regionale) e junior. Savioli dice che «alla Lega dell’ospedale non importa nulla per via dell’area geografica in cui è inserito, con il Pd si può parlare», e suggerisce un incontro con «il gruppo dirigente Antenore»: in piazza Antenore, a Padova, c’è la sede della Provincia. Poi aggiunge: Acampora dovrebbe trovare 2/3 personaggi che tengano stretto anche Galan, perchè il governo sarà in mano al centrodestra per i prossimi dieci anni e che comunque tutta l’operazione dipende dal capo supremo (Mazzacurati), che però «avendo una certa età vorrebbe subito tante cose ma poi si stufa».

Nessuno tocchi Treviso. Per «portare a termine il processo», Ruscitti puntava poi a diventare direttore generale dell’Azienda ospedaliera per dieci anni. Rivela anche di aver parlato, d’accordo con Mazzacurati, con «un’autorità politica di Verona», che gli ha detto di non volere Baita, di non spendere più di quanto si sta investendo sulla sua città e che devono trovare loro i soldi. Su Baita Savioli precisa: «Vuole sempre stare in mezzo e infatti adesso sta preparando un’offerta spaventosa su Treviso». Ma Morbiolo non vuole partecipare: «Sono tanti soldi e su Treviso non vuole metterci le mani nessuno, perchè pare che Zaia abbia detto che nessuno deve toccare Treviso». Ruscitti rivela che su Treviso ci sono tre cordate: una di Zaia, una di Lia Sartori e una di Claudio Dario, l’allora dg dell’Usl 9 e crede che ci sia uno scontro tra le anime interne alla Lega. Savioli conclude riferendo una «vox populi» secondo la quale i 4 milioni sottratti alle casse dell’Usl di Treviso dalla dipendente Loredana Bolzan sarebbero andati alla Lega. Ruscitti chiede: «Tramite Dario? questo non me l’han detto, però dicono che se c’era dormiva».

Alessio Antonini e Michela Nicolussi Moro – Corriere del Veneto – 12 giugno 2014 

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