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Padova, la mamma gay per l’ospedale diventa “partner”

Ospedale di Padova cambia la scritta “padre” sul braccialetto della compagna della partoriente. Al neonato poco importa cosa ci sia scritto su quel braccialetto: l’importante è che quella mano un po’ esitante ed emozionata che lo stringe per la prima volta gli voglia bene.

Ma per l’azienda ospedaliera di Padova quel cinturino al polso è una fondamentale questione di sicurezza. Con un codice e una dicitura precisa. «Partner» magari non sarà così affettuoso come l’eterno «padre» e forse ancora troppo anglofono nei rapporti di coppia, ma non si pub sbagliare sull’identità di chi tiene la mano della madre al momento del parto o soltanto aspetta appena fuori, con un misto di felicità e terrore per l’arrivo di una nuova vita.

La clinica ostetrica dell’ospedale di Padova ha deciso di utilizzare proprio il termine «partner» al posto di «padre» sull’apposito braccialetto, riconoscendo di fatto i genitori omosessuali. Da anni, dopo il parto, al polso del neonato viene legato un braccialetto con un numero identificativo. Lo stesso numero viene stampato al braccialetto donato alla madre. E il terzo, normalmente, va al padre. Nei casi in cui questo è assente tocca alla nonna, alla sorella, o a un’amica.

Ma la realtà, sempre più avanti rispetto alle scelte della politica, si è presentata all’azienda ospedaliera di Padova quando, qualche settimana fa, una donna omosessuale si è rifiutata di indossare il bracciale destinato al papà mentre la propria compagna era in sala parto. Una famiglia non contemplata dalla legge, ma ormai tale con la nascita del bimbo. Il braccialetto – utilizzato per una questione di sicurezza, nell’ambito della gestione del rischio clinico – era in dotazione soltanto a mamma e bimbo, ma da oltre due anni è stato dotato di cinturino da polso anche l’altro genitore. Prima solo con un numero, poi con le diciture «padre» e «madre». Ma quando il padre non c’è, e a firmare i documenti si presentano non una, ma due donne? Così all’arrivo della partner di una mamma, che ha spiegato di essere la compagna di una donna ricoverata che aveva dato alla luce un bimbo, è scattato l’imprevisto. Proprio la compagna aveva indicato, nei registri, come padre il nome e cognome dell’amica, lei ha firmato il registro dell’atto di nascita che in ospedale era stato sottoposto alla madre ma ha rifiutato di ricevere il «braccialetto del papà». La decisione è stata difficile, ma quasi immediata: via la scritta «padre» e posto a un più generico «partner» sul braccialetto che viene dato a chi fa visita ai propri figli. Il cambiamento di denominazione al reparto di clinica ostetrica dell’ospedale di Padova è stato deciso per venire incontro, anche sul piano dei possibili imbarazzi o offese alle sensibilità personali, ai casi di fecondazione assistita che coinvolgono coppie di fatto composte da donne. «Ormai non si può più ragionare in modo tradizionale – ha spiegato il primario Giovanni Battista Nardelli -, abbiamo preso questa decisione per non offendere la sensibilità di nessuno». Nardelli ha spiegato di aver avviato una serie di procedure per poter avere entro dicembre la qualifica di «ospedale amico delle mamme» grazie a modelli organizzativi e culturali all’avanguardia nel settore.

Per «l’altra metà della coppia» un cambiamento linguistico di poco conto a fronte dell’arrivo di una nuova vita, ma fondamentale nel riconoscimento affettivo. La dicitura «padre» va quindi in archivio per evitare inopportuni imbarazzi per i neogenitori. Il divieto alla fecondazione eterologa non ha potuto nulla di fronte alla volontà di due donne di diventare madri. A Padova infatti nessuno ha chiesto come è stato concepito quel figlio, se all’estero con la procreazione assistita o in altro modo. In ospedale l’imperativo non è stato rispondere a domande, ma risolvere una questione urgente e far nascere il bimbo. Che nella culla attende tra un pianto e l’altro che qualcuno lo prenda in braccio con amore.

La Stampa – 3 gebnnaio 2013

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