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Padova, legionella in Clinica ostetrica. Direzione: «Rischi contagio quasi zero»

Quando ieri mattina la circolare ha iniziato a girare, nei corridoi della Clinica ostetrica dell’Azienda ospedaliera di Padova si è creato non poco trambusto tra gli operatori sanitari.

Nel documento si leggeva a chiare lettere che in via precauzionale venivano invitati tutti a lasciare scorrere abbondantemente l’acqua di docce e rubinetti prima di usarla. La ragione? Batteri di legionella scoperti nei bagni del reparto, a due anni dall’ultimo caso.

Per quanto gli esperti ricordino che il contagio è raro e difficilmente pericoloso per l’uomo, pazienti e dipendenti si sono preoccupati non appena appresa la notizia. A far scattare il piano d’intervento sono stati alcuni degli esami di routine che normalmente si svolgono nei reparti. Proprio in Clinica ostetrica i valori del batterio sono risultati superiori alla norma, quanto basta a far scattare i protocolli operativi. In ogni caso, va detto, il contagio è molto improbabile. Primo perché la malattia non si trasmette da persona a persona, poi perché si trasmette solo per via aerea e i batteri sono stati trovati nei condotti idraulici (e non per esempio in quelli dell’aria condizionata), infine perché l’infezione trova terreno fertile solo nelle persone già affette da una grave fragilità delle difese immunitarie, non in soggetti sani. «Quando vuole posso dimostrarle che nemmeno bevendo un bicchiere d’acqua contaminata mi succederebbe niente — rassicura il direttore sanitario, Giampietro Rupolo — si tratta di un batterio molto diffuso, soprattutto in strutture dove ci sono molti bagni e può quindi proliferare nell’acqua stagnante di qualche tubatura. Quelli condotti ieri sono comunque controlli che eseguiamo di routine, sempre nei reparti dove trattiamo pazienti con immunodeficienze e quindi più esposti ai rischi di un contagio, un po’ meno spesso negli altri. Ora, come prevede il protocollo, abbiamo allertato il ministero della Salute e preso le contromisure necessarie».

Il batterio prolifera infatti nelle acque stagnanti. Per questo l’azienda ha chiesto a tutto il personale di far scorrere l’acqua prima di utilizzarla, in modo da eliminare eventuali residui di acqua già presente nelle tubature, che potrebbe essere stata contagiata dal batterio. Ma c’è anche chi, preso da una sorta di panico infondato, ieri ha deciso di spegnere le macchinette del caffè senza pensare che il batterio viene ucciso da temperature superiori ai 65 gradi e che l’acqua necessaria ad un caffè per quanto stagnante ed infetta supera di gran lunga i 100 gradi. Il batterio è stato scoperto nell’estate del 1976, quando colpì un gruppo di veterani della «American Legion» (da qui il nome) riuniti in un albergo di Filadelfia, causando 34 morti su 221 contagiati (oltre 4 mila i veterani presenti). Solo in seguito si scoprì che la malattia era stata causata da un «nuovo» batterio che fu isolato nell’impianto di condizionamento dell’hotel in cui i veterani avevano soggiornato. «Abbiamo chiesto di osservare una semplice norma, quella di far scorrere l’acqua, a scopo cautelare — continuato Rupolo — nei prossimi giorni provvederemo a far intervenire personale specializzato, che utilizzerà delle soluzioni a base di cloro o anche semplicemente di acqua molto calda, per depurare le tubature».

In ogni caso la direzione sanitaria dell’Azienda ospedaliera ha più volte ribadito che nessun paziente è stato contagiato o è a rischio contagio e che i pericoli per la salute umana sono molto limitati. Per il momento insomma la vicenda sarebbe del tutto sotto controllo e oggi sono attese nuove circolari. «Entro qualche giorno al massimo — conclude Rupolo — tutto tornerà a livelli normali. I pazienti di certo possono stare tranquilli, non c’è alcun pericolo».

Corriere del Veneto – 25 settembre 2012

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