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Padova. Valvole killer, la beffa milionaria. L’ospedale rivuole dai trapiantati i soldi dei risarcimenti con gli interessi

1a1a1_0aaaaaaaaaaasala_op_20120904_hhhh81Rischio beffa per i pazienti rimasti vittima dal 2002 degli impianti di valvole cardiache difettose fornite all’ospedale di Padova: l’azienda ospedaliera, dopo la sentenza di assoluzione per medici e fornitori, chiederà indietro i risarcimenti accordati in via provvisionale ai malati, per circa 1,6 mln di euro. Si tratta di 29 persone, rispetto agli iniziali 39 pazienti; tra coloro che si vedranno chiedere il ritorno dei risarcimenti vi sono anche parenti di malati nel frattempo morti. Pochi giri di parole: l’Azienda ospedaliera di Padova ha deciso di battere cassa. E visto che i primi avvisi sono stati puntualmente ignorati ora mette in campo gli avvocati. Poco importa se a molti pazienti suonerà come la beffa che, puntuale, si aggiunge al danno: in tempi di vacche magre non si può rinunciare al denaro dovuto.

Così il direttore generale Adriano Cestrone ha dato incarico agli avvocati interni, Maria Grazia Calì e Luciana Puppin, di procedere per via giudiziale al recupero di quel denaro corrisposto nel 2009 in via provvisionale come risarcimento danno per i pazienti a cui sono state applicate le cosiddette «valvole killer».

Sono una trentina in tutto le persone che ora dovranno restituire somme di denaro che vanno dai seimila ai 70mila euro per un totale di quasi un milione e 600mila euro. La vicenda inizia il 23 febbraio 2002 quando, pochi giorni dopo l’inserimento di una protesi cardiaca, muore Antonio Benvegnù, 52enne di Albignasego.

L’autopsia rivela che il decesso è stato causato da una rottura di un dispositivo medico prodotto in Brasile dalla Tri Technologies e installato nel corso di un intervento eseguito al centro Trapianti Gallucci di Padova. L’indagine che viene immediatamente aperta dà il via allo scandalo della «valvole killer ». Trentaquattro pazienti sono costretti a rioperarsi recandosi negli Usa o in Brasile. Un altro perde la vita per la rottura della stessa valvola (di qualità scadente, è stato poi accertato). Il 9 giugno 2008 in primo grado il tribunale di Padova condanna il cardiochirurgo Dino Casarotto a 5 anni e 9 mesi di reclusione, Vittorio Sartori (l’importatore della protesi) a 5 anni e 4 mesi e l’azienda ospedaliera a un risarcimento a favore dei pazienti di 4,5 milioni di euro. In attesa degli altri gradi di giudizio le parti si accordano per un versamento iniziale del 33 per cento del risarcimento pattuito.

Ora, dopo la pronuncia della Corte d’Appello di Venezia e della Corte di Cassazione lo scenario è radicalmente mutato: è stato assolto il cardiochirurgo padovano, assolto l’importatore, cadute in prescrizione le accuse di corruzione (quella che sarebbe stata esercitata dall’importatore per riuscire a piazzare le valvole nei centri cardiochirurgici di Padova e di Torino) ed è stata inoltre sollevata l’azienda ospedaliera da qualsiasi responsabilità e quindi da qualsiasi risarcimento dovuto. Per questo l’Azienda ospedaliera padovana rivuole ora indietro i suoi soldi. Già lo scorso gennaio il direttore generale aveva spedito a tutti gli ex pazienti e ai loro familiari una diffida in cui si intimava «formalmente di restituire la somma corrisposta nel 2009… comprensiva di interessi legali calcolati dall’1 agosto 2009 all’1 gennaio 2012». Il tutto anche perché, come si legge nella delibera firmata ieri da Cestrone, «il mancato recupero delle somme suddette comporterebbe sicuro danno erariale a carico dell’Azienda Ospedaliera di Padova». «È nel loro diritto – si limita a dire l’avvocato Bruno Bertolo – faranno delle richieste poi i miei assistiti decideranno cosa fare. Vedo che l’Azienda ospedaliera non sta cambiando stile nel suo operare – ironizza poi l’avvocato – questo mi fa proprio piacere».

Corriere del Veneto – 16 settembre 2012

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