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Palazzo Chigi, arriva nuovo codice etico: stretta su regali e associazioni segrete. Vincoli rigidi per gli incarichi esterni pur se gratuiti

Niente regali, o quasi. Vincoli rigidi per gli incarichi esterni pur se gratuiti. Ma anche molta attenzione nell’uso dei social network e obbligo di comunicare la propria adesione ad associazioni, comprese quelle riservate.

Quello che un dipendente della presidenza del Consiglio dei ministri può o non può fare è scritto in un codice di comportamento di una decina di pagine, che ovviamente non sostituiscono leggi e contratti in vigore ma danno indicazioni più dettagliate. In alcuni casi, molto dettagliate: vengono regolamentate ad esempio anche le modalità di permanenza nei corridoi.

Per le violazioni più gravi è prevista la sanzione del licenziamento. Il testo è appena arrivato sul sito di Palazzo Chigi, ma formalmente non è ancora in vigore perché non c’è il previsto via libera del comitato unico di garanzia: i sindacati della presidenza hanno abbandonato la riunione che trattava il tema, mettendo in discussione la terzietà di questo organismo.

I CONFLITTI DI INTERESSE

Molte delle norme sono finalizzate, sulla carta, a prevenire i casi di corruzione. Sono previste una serie di azioni di monitoraggio, con il coinvolgimento dei dirigenti, ed al dipendente che denunci un illecito è garantito il diritto all’anonimato. Ma ci sono poi prescrizioni specifiche relativamente ai regali. Il dipendente non potrà in nessun modo chiederne (anche se di modico valore) e non potrà accettarli né da soggetti coinvolti nelle attività dell’amministrazione né dai subordinati, con l’eccezione di quelli «d’uso di modico valore», nell’ambito «delle normali relazioni di cortesia e delle consuetudini internazionale». La soglia del modico valore non è specificata in questa sede, mentre è esclusa esplicitamente la possibilità di accettare qualsiasi importo in denaro. I doni che non rientrano in queste regole devono essere messi a disposizione per essere restituiti o devoluti in beneficenza.

Ampio il capitolo sui possibili conflitti di interesse: c’è l’obbligo di informare i superiori su tutti i rapporti di collaborazione con soggetti privati intrattenuti negli ultimi tre anni, ma anche quello di dichiarare «la propria adesione o appartenenza ad associazioni o organizzazioni, a prescindere dal loro carattere riservato o meno, i cui ambiti di interesse possano interferire con lo svolgimento dell’attività dell’ufficio». Insomma, chi fosse iscritto alla massoneria dovrà farlo sapere; l’obbligo invece non vale per l’adesione a partiti e sindacati.

È vietato lasciare la sede in cui si presta servizio, salvo «motivate esigenze e casi regolarmente autorizzati». In ufficio però non si potrà «sostare negli spazi comuni in assenza di motivi di ordine lavorativo e usare un tono di voce o un linguaggio impropri». Ed è interdetta la diffusione, anche su social network, di informazioni di cui si è a conoscenza per ragioni d’ufficio».

Fuori dall’ufficio, il dipendente non potrà «sfruttare né menzionare la posizione che ricopre nell’amministrazione per ottenere vantaggi o utilità». Sono incluse specificamente le «relazioni extralavorative con pubblici ufficiale nell’esercizio delle loro funzioni»: si vieta insomma di fare ricorso al classico «lei non sa chi sono io».

Il Messaggero – 1 settembre 2014 

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