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Pandemie influenzali. Regno Unito, nel 2009 buttata metà vaccini “suina”

Quell’anno furono vendute circa 1,2 milioni di dosi. Ma secondo un team di scienziati inglesi, svedesi e cechi in realtà la metà di quei vaccini sarebbe stata buttata e mai utilizzata dai cittadini britannici. Con uno spreco di 7,8 milioni di sterline. Per scoprilo sono state analizzate le acque di scarico urbane.

In Gran Bretagna sono state circa un milione e 200 mila le dosi di oseltamivir vendute nella stagione influenzale 2009-2010 per far fronte alla pandemia di febbre suina, la peggiore epidemia influenzale che questa generazione ricordi: il farmaco – più conosciuto col nome commerciale di Tamiflu – avrebbe dovuto limitare la patogenicità del virus di H1N1 che si era diffuso in pochi mesi sia in entrambi gli emisferi e limitare i casi gravi e i decessi, e per questo era stato acquistato in grandi quantità dalle istituzioni e dai governi di tutto il mondo. Oggi uno studio pubblicato su PLoS One dimostra però come almeno metà di quelle dosi è rimasta inutilizzata, con uno spreco di 7,8 milioni di sterline per i cittadini britannici. I dati sono emersi grazie al lavoro dello UK’s Centre for Ecology & Hydrology, delle università di Uppsala, Linnaeus e Umeå in Svezia e dell’Università della Boemia del Sud in Repubblica ceca.

Il metodo usato dagli scienziati potrebbe sembrare piuttosto curioso: l’idea è quella di controllare le acque di scarico alla ricerca del principio attivo contenuto nel farmaco per registrare quante dosi sono state effettivamente usate e quante invece sono state gettate nelle fogne senza essere state usate. Un metodo – spiegano gli scienziati – che potrebbe essere usato anche in futuro in caso di pandemia per comprendere con quanta attenzione e precisione vengono usati i farmaci antivirali, e quindi per valutare l’efficacia delle strategie antipandemiche.

Come precisano gli autori, si tratta infatti del primo studio di compliance che usa acque di scarico come “prova”: “A causa di questa impostazione unica, siamo stati in grado di esaminare porzioni di popolazione molto maggiori degli studi precedenti: in questo modo siamo riusciti a studiare il consumo in due popolazioni di cittadini, una da 6230 abitanti e una addirittura 208 mila”, hanno detto gli autori. L’idea è quasi triviale: “Il Tamiflu si trasforma nell’antivirale vero e proprio solo dopo che è stato somministrato, e viene poi rilasciato nelle acque di scarico ogni volta che si va al bagno: dunque se si analizzano i liquami si ha un quadro del consumo vero e proprio del farmaco che è forse ancor più affidabile di altri metodi di indagine”.

L’idea di partenza dello studio è quella che a prescindere dai piani antipandemici che ogni nazione ha pronti e dalle scorte di antivirali presenti nelle dispense del sistema sanitario, quel che conta è quanto i cittadini seguano le prescrizioni dei medici e dunque assumano questi farmaci: una cattiva compliance dei pazienti – infatti – è un problema non solo sanitario, ma anche economico, quando si parla di pandemie come quelle della suina nel 2009. Senza contare che se i farmaci non vengono usati o vengono usati in maniera scorretta, questo può portare ad un aumento dei ceppi resistenti.

“Le pandemie influenzali sono rare, e studi come questo rappresentano delle finestre uniche per osservare come i cittadini si comportano durante una situazione sanitaria emergenziale come una pandemia”, ha commentato Andrew Singer del centro di ricerca britannico. “Lo studio ci mostra quanto le persone siano disposte a seguire le indicazioni dei medici e ci permette di monitorare in tempo reale quante persone assumono alcuni tipi di medicinali in alcuni momenti, dunque possibilmente di allertare le autorità in caso campagne informative più efficaci risultino necessarie”.

Ma quali sono stati i risultati veri e propri dello studio? Secondo i dati i tassi di compliance si attestavano intorno al 45-60%, ovvero tra 45 e 60 persone ogni cento che hanno ricevuto il Tamiflu lo hanno effettivamente assunto nella giusta maniera, come prescritto dal medico. “Ciò vuol dire che circa una persona su due non ha usato il farmaco come avrebbe dovuto, e quindi c’è un chiaro bisogno di migliorare la comunicazione sanitaria”, ha spiegato Singer. “Un risultato da raggiungere per due buoni motivi: per risparmiare farmaci antivirali e per ridurre la durata e la gravità delle infezioni”. Il ricercatore ha poi concluso: “Pensiamo che questo tipo di approccio epidemiologico possa fornire dei dati in tempo reale come nessun altro, e se lo sfruttiamo potremo costruire campagne informative migliori, più appropriate per il target da raggiungere, più efficaci, con tempistiche migliori, e quindi, in fin dei conti, ridurre la percentuale di farmaci usati male o non usati e quindi migliorare la strategia anti-pandemica”.

Laura Berardi – Quotidiano sanità – 27 aprile 2013

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