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Panino a scuola, è effetto domino sfida alla mensa da Genova a Milano. In tutta Italia, sempre più genitori chiedono di poter dare ai figli cibo cucinato a casa. Ma è polemica

Il panino della vittoria. O della sconfitta, a seconda dei punti di vista. La sentenza con cui la corte d’appello di Torino, a fine giugno, ha stabilito che un bambino può consumare un pasto portato da casa durante il servizio di refezione scolastica ha innescato una reazione a catena in altre Regioni creando non poche polemiche e difficoltà di tipo organizzativo.

Il contagio del “diritto al panino” si è propagato subito a Genova, dove al Comune sono già arrivate numerose richieste di consumare il proprio pasto a scuola. Il sindaco Doria per applicare la sentenza della corte d’Appello ha creato un tavolo per far fronte alle richieste delle famiglie, con un precedente a cui guardare, quello del comune di Campomorone. Nel paese dell’entroterra genovese, i bambini che consumano il cibo della mensa e quelli che hanno il pasto portato da casa mangiano in due locali diversi. È la soluzione più semplice, che però non tiene conto di quanto è scritto proprio nella sentenza torinese, dove si indica la ristorazione scolastica come “tempo della mensa”, non distinguendo dunque il pasto da altri momenti fondamentali dell’attività didattica. E la separazione sa tanto di discriminazione, se non altro perché c’è chi non può mangiare un pasto caldo.

Anche a Napoli, dove pure c’è richiesta, l’assessora all’Istruzione, Annamaria Palmieri, ha convocato una commissione per diramare linee guida sugli aspetti sanitari, perché secondo gli esperti dell’Asl dopo qualche ora fuori dal frigorifero anche una fetta di formaggio ha una carica batterica pericolosa. Tuttavia la questione è più ampia, sottolinea l’assessora, perché «il panino è foriero di disuguaglianza sociale».

A Milano non ci sono numeri ufficiali, ma sono arrivate numerose richieste di informazioni al Comune per sapere quali siano le procedure per il pasto libero. Sotto accusa ci sono la qualità del servizio offerto e il suo prezzo. Sono questi i nodi della questione: il diritto al panino è reclamato da chi ritiene le mense troppo care o poco appetitose per bambini spesso schizzinosi. Non a caso a Firenze, dove sono previste 13 fasce di costo a seconda del reddito, per rendere la refezione accessibile a tutti, e la sperimentazione sui menu è molto avanzata, non sono arrivate richieste per il pranzo da casa. Stessa cosa a Bari, dove, nonostante il dibattito, secondo l’assessora all’Istruzione Paola Romano la mensa piace perché si continua a «mantenere la totale gratuità per i meno abbienti e si servono prodotti pugliesi». A Parma niente rinunce: anche qui le misure per chi ha un basso reddito sono numerose e funzionano.

A Palermo, invece, ci sono poche classi a tempo pieno e i direttori scolastici hanno elaborato soluzioni diverse a seconda dei casi, talvolta consentendo il panino da casa senza separare i bambini, come all’istituto comprensivo in pieno centro storico. C’è invece aria di burrasca a Bologna, dove per l’osservatorio cittadino sulle mense il movimento per il diritto al panino è conseguenza «di un’incapacità di ascolto delle istituzioni e di una mancanza di volontà politica di cambiamento e miglioramento di un servizio essenziale». Essenziale, sottolinea Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, specializzata in ricerca sull’istruzione e la formazione, perché «non stiamo parlando di semplice ristorazione. La mensa è fondamentale per la socializzazione e per educare a una corretta alimentazione. E — aggiunge — se il diritto al panino stabilisce un principio di libertà individuale, è pur vero che a scuola non si studia sul libro che si sceglie da sé, anche per questioni di organizzazione».

Repubblica – 8 settembre 2016 

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